
L’ingegneria genetica e la biologia di sintesi forniscono alla ricerca medica nuovi materiali biologici in grado di riparare e sostituire i tessuti umani lesi o malati. Randy Lewis, docente di genetica alla Utah State University, ha creato una capra-ragno, installando i geni che nel ragno codificano la produzione della seta nel DNA della capra, esattamente nella sezione che codifica la produzione del latte.
In questo modo la capra, di nome Freckles, produce un latte ricco di proteine della seta del ragno. In una fase successiva, queste proteine vengono isolate in laboratorio, estraendole dal latte, e forniscono ai ricercatori un tessuto fibroso molto resistente. Una fibra biologica in grado di riparare i legamenti umani, senza scatenare infiammazioni e malattie. Un’efficacia già testata con successo in diverse applicazioni.
Occorreranno ulteriori esperimenti per esplorare tutte le potenzialità del nuovo materiale. Lewis è convinto che in futuro potremo creare quello che vogliamo grazie all’ingegneria genetica, allevando animali speciali che racchiudono le caratteristiche di diverse specie per ottenere quello che ci serve in campo medico.
Quando si hanno dei figli piccoli i pensieri sulle possibile patologie che potrebbero colpirli si rincorrono nella nostra testa soprattutto fino all’età dei tre anni entro i quali si evidenziano disturbi infantili che ci preoccupano di più. Penso alla dislessia, all’ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività), all’autismo.
I genitori sono molto attenti ai progressi dei piccoli e sono sempre con il radar acceso per capire eventuali problemi del piccolo con la speranza che se se si scopre qualcosa non sia nulla di grave. Per quanto riguarda l’autismo, un disordine del funzionamento cerebrale per il quale i piccoli hanno difficoltà ad entrare in comunicazione e si rinchiudono in se stessi, c’è un studio britannico recente che segnala delle novità. E’ stato scoperto che monitorare l’attività del cervello di bambini a rischio (con fratelli che soffrono della stessa sindrome) entro l’anno di età potrebbe contribuire a segnalare un possibile sviluppo dell’autismo.
I ricercatori britannici guidati da Mark Johnson che opera presso la Birkbeck University of London hanno monitorato 104 bambini tra i 6 e i 10 mesi fino ai 3 anni d’età ed hanno trovato che i bimbi che hanno sviluppato l’autismo hanno modelli insoliti di attività del cervello quando incrociano gli occhi di un’altra persona, quando entrano in comunicazione senza usare le parole.

Se qualcosa deve andare storto lo farà. Quante volte abbiamo sentito qualcuno pronunciare questa frase o ce la siamo ripetuta per tranquillizzarci di aver fatto del nostro meglio. Insomma, a volte puoi impegnarti al massimo, prevedere e prevenire ogni imprevisto ma qualcosa sfugge comunque al tuo controllo e fa andare tutto a rotoli. Capita, no?
Saperlo ci consola ed attenua il nostro senso di colpa. Secondo un recente studio condotto da ricercatori canadesi e pubblicato sulla rivista International Journal of Reliability and Safety, la legge di Murphy non è altro che una scusa accampata da noi umani per nascondere o minimizzare i nostri errori. In realtà, spiega l’autore, Franz Knoll, la maggior parte degli errori che causano disastri possono essere prevenuti con controlli più rigidi ed una maggiore attenzione.
Knoll è un ingegnere e ci fa l’esempio di palazzi, ponti ed altre opere di ingegneria civile ma anche di molti prodotti industriali difettosi. Quasi sempre, spiega, all’origine di incidenti e contrattempi, ci sono degli errori umani, imputabili alla superficialità, all’incompetenza, alla distrazione, alla mancanza di comunicazione, alla scarsa qualità delle materie prime, alla fretta.
Continua a leggere: La legge di Murphy? Un prevedibile errore umano

A volte gli studi scoprono e riscoprono l’acqua calda. Lavorare troppo fa male ed aumenta il rischio di depressione. Uno studio inglese condotto da Marianna Virtanen dello University College di Londra, pubblicato sulla rivista PLoS One, avrebbe scoperto o meglio confermato che lavorare oltre undici ore al giorno è stressante e ci rende depressi. Ovvio, undici ore in ufficio escludono ogni possibilità di attività fisica, hobbies, vita privata e relazioni sociali.
L’inattività e la disoccupazione espongono ugualmente al rischio di depressione. Insomma, facendo due più due, sono gli eccessi a minare il nostro equilibrio. Perdere il lavoro, non aver mai lavorato in vita propria, lavorare troppo sono tutte situazioni riconducibili ad un rapporto sbagliato con la vita lavorativa che occupa troppo, nessuno o troppo poco spazio.
E allora perché non seguire l’invito che gli psicologi del lavoro lanciano da tempo a Governi ed aziende? Far lavorare più persone ma meno ore a settimana. La produttività aumenta se si ha più tempo libero, ci si ammala di meno per lo stress e la qualità del lavoro è decisamente superiore. Inoltre, con il telelavoro, altra proposta sensata che ancora ha attecchito poco in Italia, si restituisce agli impiegati qualche ora di sonno, si evita lo stress da traffico e diminuiscono anche i costi, sia per le aziende che per i lavoratori.
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Sociofobia, paura degli altri, fobia sociale. Tanti modi di definire un solo timore: quello di essere giudicati negativamente dagli altri, di deludere le aspettative. Robert L. Leahy, autore di Anxiety Free: Unravel Your Fears Before They Unravel You, docente di psicologia, direttore dell’American Institute for Cognitive Therapy, suggerisce di affrontare la sociofobia comportandosi come le scimmie.
Le scimmie, le avrete di certo osservate allo zoo o nei documentari, sono sempre intente a comunicare e socializzare con gli altri. Pur non disponendo di tutti gli strumenti di comunicazione in nostro possesso, Facebook, Twitter, e-mail, hanno un social network molto esteso e soprattutto sono rilassate quando si rivolgono agli altri, non mostrano segni di ansia e di preoccupazione. Un approccio naturale, insomma, al rapporto con i loro simili.
Noi umani invece spesso siamo spaventati dai nuovi incontri e temiamo il giudizio degli altri, abbiamo paura di sbagliare. Un’ansia che può manifestarsi anche molte ore prima di una festa, di una riunione, di un invito a cena fuori. Quello che accade prima dell’incontro con gli altri, le preoccupazioni eccessive, l’ansia, i timori, segna anche il nostro modo di approcciarci agli altri, che ovviamente non sarà più naturale e rilassato bensì influenzato da mille mosse studiate a tavolino. Quello che ci frena a volte è proprio la consapevolezza. Noi umani sappiamo che ad ogni nostra azione corrisponde una reazione e sapere come dobbiamo comportarci per riscuotere consenso sociale può paradossalmente bloccarci ed impedirci di godere dell’interazione sociale in sé, come fanno le scimmie. A contare, a farci stare bene, infatti, è proprio interagire, non il successo riscosso.
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Lo stress causa molti cambiamenti nel nostro corpo e nelle nostre emozioni. Battito cardiaco accelerato, mal di testa, collo rigido, mal di schiena, respiro corto, sudorazione e mani sudate. Nei casi più gravi mal di stomaco, nausea o diarrea sono i sintomi fisici più evidenti. Ma lo stress si nota soprattutto dai cambiamenti nel modo di pensare e agire: sotto stress le nostre azioni rischiamo di essere guidate dall’irritabilità e dall’incapacità di affrontare anche i piccoli problemi; sperimentiamo senso di frustrazione, facilità nel perdere la calma e nel gridare agli altri senza motivo. Stanchezza, nervosismo costante, difficoltà di concentrazione, ma anche preoccupazione per le piccole cose, difficoltà ad agire tempestivamente e paranoia, sono invece i sintomi emotivi più comuni.
Ma cosa succede invece nel nostro cervello quando siamo sotto stress?
Dalle numerose informazioni disponibili sul tema, è ben chiaro che le reazioni allo stress sono controllate dall’ormone CRH (Corticotropin Releasing Hormone): gli stimoli più stressanti causano il rilascio dell’ormone corticotropin dai neuroni nel cervello; nello stesso tempo, questi neuroni ricevono input a produrre più CRH. L’adattamento allo stress è di fatto regolato dall’attività di questo ormone e di conseguenza una regolazione anomala del CRH è collegata con molteplici patologie psichiatriche dell’uomo.
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Diversi studi evidenziano quanto sia positivo avere una memoria sviluppata, ben allenata e capace di registrare ogni minimo dettaglio ed emozione della nostra vita. Non sempre, però, ricordare tutto è positivo. Pensiamo alle offese, ai traumi, ai torti subiti. Non sarebbe meglio dimenticarsene per andare avanti ed essere felici, malgrado tutto?
Decisamente sì. A dirlo è un recente studio pubblicato su Scientific American. Secondo gli esperti, la nostra salute mentale è fortemente influenzata dalla nostra abilità di dimenticare. Sì, proprio così: abilità. Perché dobbiamo allenarci ed acquisire questa capacità se vogliamo essere felici.
Dimenticare è un tratto considerato negativo perché associato con la vecchiaia e la demenza. In realtà, in alcuni casi, è fondamentale scordarsi certi eventi traumatici ed alcune emozioni sperimentate o nozioni apprese. Si tratta infatti di una tecnica utile ad eliminare il superfluo ed il negativo dalla nostra mente.

Dite la verità: quante volte sentendo questo o quel politico parlare avete pensato fosse decisamente fuori di testa. O più spesso, da quello che dichiarava si capiva che era lontano anni luce dalla realtà e che agiva solo nel suo interesse. Beh, con l’insanità mentale dei nostri politici c’è poco da scherzare, dal momento che prendono decisioni vitali per il futuro del Paese.
È necessario che siano lucidi e razionali per operare ad esempio le scelte migliori per lo sviluppo economico del Paese piuttosto che per decidere la partecipazione dei nostri militari a missioni di guerra. Ne è convinto, e come dargli torto, il dottor Ashley Weinberg, senior lecturer di psicologia alla Salford University. I politici, propone Weinberg, dovrebbero essere sottoposti a controlli periodici della salute mentale, per valutare che siano in grado di prendere le decisioni migliori nell’interesse del Paese.
Ogni giorno i politici si trovano a prendere decisioni difficili che influenzano il futuro di migliaia di persone e gli equilibri internazionali, dalla politica estera agli affari interni, dai tagli al sistema sanitario nazionale alle nuove tasse. Il peso degli eventi e delle responsabilità può schiacciarli, se non hanno messo a punto strategie adeguate a sopportare lo stress del proprio ruolo.
Continua a leggere: Psicologia, la salute mentale dei politici va monitorata
Se avete deciso che quel che vi ci vuole per rimettervi in forma è una corsetta serale nel quartiere intorno a casa o una pedalata lungo la pista ciclabile sul lungomare, anche se d’inverno è deserta, allora dovete sapere che allenarsi fuori richiede qualche precauzione per sentirsi sicuri anche in luoghi un po’ isolati o nel caso dovesse succedere un inconveniente come un piccolo infortunio o semplicemente una gomma forata della bici.
Dal momento che spesso non possiamo portare con noi una borsa con i documenti fate in modo che qualcuno sappia dove andate e quando pensate di rientrare. In caso di emergenza sistematevi addosso, da qualche parte, un indirizzo di casa o il numero di telefono di qualcuno da chiamare. Potete infilare un bigliettino nella scarpa, tanto per dirne una. O, se avete un marsupio o un portaoggetti sulla bici, portatevi la tessera sanitaria, che occupa poco spazio e contiene i dati essenziali.
Non dimenticate, se uscite di giorno, di mettervi la protezione solare e un cappellino d’estate. Proteggete le estremità e la testa dal freddo in inverno. Fate lo stretching prima e dopo, bevete in abbondanza per reidratarvi. Queste piccole accortezze scongiureranno in larga parte qualunque malore o rischio di lesioni.
Continua a leggere: Allenarsi all'aperto: consigli e precauzioni

Il declino cognitivo che può successivamente degenerare nella demenza o ancor peggio nell’Alzheimer, può iniziare già a 45 anni, secondo un recente studio pubblicato sul British Medical Journal. Condotto su più di 7.000 dipendenti pubblici britannici per un decennio, lo studio è riuscito ad individuare segni di demenza anche nei partecipanti più giovani, nella fascia d’età tra i 45 ed i 49 - segni non visibili nella vita quotidiana -.
Insieme alle cura delle prime rughe, iniziamo a prendere cura del nostro corpo per prevenire la demenza domani - ci suggeriscono gli autori. La ricerca non ha indagato direttamente il nesso tra declino mentale e le altre malattie correlate ma esistono molte evidenze secondo cui il declino mentale oggi può svilupparsi in demenza domani.
Cosa fare per prenderci cura del nostro cervello?
Semplice: le abitudini sane per il cuore lo sono anche per il cervello. Di conseguenza obesità, alti livelli di colesterolo cattivo e la mancanza di esercizio nella mezza età, sono collegati ad un aumento del rischio di demenza in seguito.