Il cinema sta entrando davvero nei luoghi di cura. Non come passatempo per riempire un pomeriggio in reparto, ma come aiuto dentro percorsi già avviati, soprattutto quando ansia, isolamento e perdita di orientamento pesano quasi quanto i sintomi. La parola è cineterapia, ma va maneggiata con cautela: non è una formula magica. Gli studi ci sono, i segnali sono incoraggianti, però il quadro clinico è ancora in fase di definizione. Intanto, tra ospedali e Rsa, i film vengono usati sempre più spesso per dare una mano a pazienti, familiari e caregiver ad affrontare giornate che, viste da fuori, si riducono troppo spesso alla sola dimensione medica.
MediCinema Italia nei reparti: così vengono scelte le pellicole
In Italia il nome più noto è MediCinema Italia, realtà nata nel 2013 sul modello britannico, che porta proiezioni e attività legate al cinema dentro ospedali e strutture assistenziali. Il punto, però, non è semplicemente accendere uno schermo e aspettare che succeda qualcosa. I film vengono scelti in base al reparto, al tipo di pazienti, alla fase del percorso di cura e anche a ciò che quella storia può smuovere: memoria, identificazione, sollievo emotivo o anche solo evasione, che in certi contesti non è affatto poco. In corsia una commedia può avere un effetto molto diverso da un film più duro. In una Rsa, invece, contano il ritmo, i riferimenti familiari, la capacità di riaccendere ricordi. È un lavoro che sta a metà tra attenzione clinica e cultura dell’audiovisivo. Ed è lì che si capisce perché il cinema, se usato bene, non ha nulla a che vedere con il sottofondo di una televisione lasciata accesa.
Dall’ansia oncologica al decadimento cognitivo: i pazienti che hanno mostrato benefici
Le esperienze raccolte finora raccontano un quadro piuttosto ampio. Pazienti oncologici, anziani con decadimento cognitivo, persone con disturbi psichiatrici o con una risposta emotiva appiattita hanno mostrato, in diversi progetti, segnali di beneficio. Fulvia Salvi, presidente di MediCinema Italia, ha spiegato che in alcuni gruppi di donne in cura per tumori ginecologici al Policlinico Gemelli di Roma la visione di film scelti con attenzione ha aiutato a gestire meglio l’ansia. In altri casi, soprattutto con anziani fragili o pazienti poco reattivi agli stimoli, il cinema è diventato una porta d’accesso per riattivare partecipazione, memoria e dialogo. Non sempre i risultati sono clamorosi, e spesso non arrivano subito. Ma per chi passa settimane in ricovero o vive giornate tutte uguali, poter uscire anche solo con la mente dalla stanza della malattia cambia molto. Riconoscersi in una storia, ridere insieme, commuoversi senza dover spiegare nulla: in questi luoghi ha un peso concreto.
Le prove scientifiche ci sono, ma i protocolli restano ancora non standardizzati
La base scientifica c’è, anche se resta frammentata. Una revisione italiana pubblicata nel 2022 su Frontiers in Psychology, citata da Gabriella Bottini, docente di neuroscienze cognitive all’Università di Pavia, ha preso in esame 38 studi sull’uso terapeutico di film e contenuti audiovisivi in campo psichiatrico e relazionale, rilevando esiti positivi nella grande maggioranza dei casi. Sul piano delle neuroscienze sono state osservate variazioni nel flusso sanguigno cerebrale, nella risposta allo stress e perfino in alcuni parametri cardiovascolari. C’è poi il tema dell’empatia, legato ai meccanismi dei neuroni specchio studiati da Vittorio Gallese: vedere emozioni sullo schermo attiva circuiti che ci fanno sentire quella scena più vicina, quasi come se fosse vissuta in prima persona. Il nodo, oggi, è un altro: manca ancora un protocollo unico. Cambiano durata, setting, scelta dei film, obiettivi clinici e modalità di valutazione. Per questo parlare di terapia, in senso stretto, richiede prudenza. Ma nei reparti e nelle Rsa, dove il benessere passa anche da ciò che spezza paura, solitudine e attesa, il cinema da tempo ha smesso di essere solo intrattenimento.

Cineterapia in ospedali e Rsa, come il cinema entra nei percorsi di cura




