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Palestra, sport e benessere: quanto costa tenersi in forma e perché lo Stato ci guadagna

Palestra, sport e benessere: quanto costa tenersi in forma e perché lo Stato ci guadagnaPalestra, sport e benessere: quanto costa tenersi in forma e perché lo Stato ci guadagna

Palestra, sport e benessere pesano sempre di più nei conti delle famiglie italiane. Tra abbonamenti, corsi, piscina e attività legate al benessere psicofisico, lo sport non è più da tempo una spesa saltuaria: è diventato una voce fissa, e spesso tutt’altro che leggera.

I numeri aiutano a capire il quadro. Secondo l’Osservatorio Compass, nel 2022 la spesa media per il benessere psicofisico è stata di 458 euro, salita a 483 euro tra chi frequenta palestre, piscine e centri sportivi; per il 2023 la previsione sfiorava i 600 euro. Una cifra che racconta non solo come stanno cambiando le abitudini degli italiani, ma anche il peso di un settore che tocca consumi, lavoro, tasse e salute pubblica.

Quanto spendono oggi gli italiani tra palestre, piscine e attività fisica

La domanda, in fondo, è molto concreta: quanto costa oggi tenersi in forma in Italia? La risposta cambia a seconda dell’età, della città e dell’attività scelta, ma la direzione è chiara. Per un numero crescente di persone, il benessere fisico non è più un extra da concedersi quando si può: è una spesa messa in conto, spesso mese dopo mese. Se si guarda ai dati ISTAT sui consumi, il peso si vede ancora meglio: nel 2024 la spesa media mensile delle famiglie italiane è stata di 2.755 euro e la voce “Ricreazione, sport e cultura” ha inciso per il 3,8% del totale. Tradotto: poco più di 105 euro al mese, cioè circa 1.256 euro l’anno per famiglia. È una categoria ampia, certo, e non riguarda solo lo sport. Ma il dato resta utile per capire che il tempo libero attivo ha ormai un effetto concreto sui bilanci domestici. E per molte famiglie, soprattutto quelle con figli, tra corsi, attrezzatura, spostamenti e iscrizioni, la spesa diventa fissa e difficile da tagliare senza rinunciare a qualcosa.

La filiera dello sport vale 32 miliardi e muove occupazione, imprese e consumi

Dietro il costo del singolo abbonamento c’è un sistema economico molto più grande. Il Rapporto Sport 2025 realizzato da Sport e Salute e ICSC stima che nel 2023 lo sport abbia generato in Italia circa 32 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,5% del PIL, con circa 421 mila occupati. Non si parla solo di grandi eventi o di sport professionistico. Dentro ci sono palestre, piscine, impianti, associazioni, istruttori, fornitori, servizi sanitari collegati, negozi di articoli sportivi e tutte le attività legate al benessere.

È un’economia diffusa, che vive nelle grandi città ma anche nei quartieri e nei piccoli centri. E che trasforma una spesa privata in reddito per migliaia di imprese e lavoratori. Per questo leggere lo sport come un consumo secondario non basta più: è a tutti gli effetti un settore produttivo. Quando una famiglia paga un corso di nuoto o un abbonamento annuale, copre una spesa personale, sì, ma allo stesso tempo alimenta un circuito che crea lavoro, investimenti e domanda interna.

Dall’IVA ai risparmi sul SSN: il doppio ritorno pubblico della spesa per il benessere

Il punto più interessante è che una parte importante di questa spesa torna allo Stato in due modi. Il primo è quello fiscale. Non esiste una stima ufficiale unica del gettito complessivo prodotto dallo sport tra IVA, imposte sui redditi, IRES, IRAP e contributi, ma il meccanismo è chiaro: i consumi delle famiglie generano entrate indirette, mentre tutta la filiera produce redditi tassabili e lavoro regolare. Se si prende come riferimento il valore aggiunto del comparto, quei 32 miliardi si traducono in un impatto pubblico potenzialmente molto rilevante, anche se resta una stima ragionata e non un dato certificato.

Il secondo ritorno, forse ancora più strategico, riguarda la sanità. Secondo l’Osservatorio Valore Sport di TEHA, nel 2023 la sedentarietà è costata all’Italia 5,9 miliardi di euro tra costi diretti e indiretti, cifra che sale a 6,7 miliardi se si considerano gli effetti legati ad altri stili di vita scorretti. Sempre secondo la stessa analisi, ogni persona sedentaria che diventa attiva potrebbe evitare 322 euro di spesa sanitaria, mentre un allineamento ai Paesi OCSE più virtuosi porterebbe a un risparmio annuo per il Servizio sanitario nazionale fino a 3,2 miliardi.

È qui che la spesa per il benessere cambia significato: pesa sulle famiglie, e spesso pesa parecchio, ma produce anche un ritorno collettivo che va oltre il mercato. In una fase in cui i conti pubblici devono fare i conti con l’invecchiamento della popolazione e con la pressione sulla sanità, il confine tra costo privato e investimento sociale diventa sempre meno teorico.

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