Psicologia: come affrontare la solitudine se sei un libero professionista

I liberi professionisti rischiano di soffrire maggiormente di solitudine, ma come fare ad affrontare questo problema? Ecco cosa spiega l’esperto.

Psicologia blogger

Chi svolge un lavoro da free lance o da libero professionista rischia di soffrire maggiormente di solitudine. A renderlo noto è stato il Loneliness Index 2020, un sondaggio condotto su un campione di più di 10.400 adulti, secondo cui il 61% dei lavoratori si sentirebbe solo. Fra le possibili cause di questo problema vi è proprio il fatto che sempre più persone lavorano da casa, senza quindi avere dei rapporti  personali con i propri colleghi in carne e ossa.

La solitudine, e con essa anche l'isolamento sociale, rappresentano uno dei problemi del lavoro autonomo, uniti ad altre problematiche, come la mancanza di orari, la richiesta di flessibilità, il problema delle consegne incrociate, l’incertezza del lavoro e una costante e angosciante sensazione di precarietà. Come se non bastasse, le continue richieste da parte dei capi mettono a dura prova anche l’equilibrio fra lavoro e vita privata, portando il libero professionista a non staccare praticamente mai la spina.

A parlare di questa problematica è stato lo psicologo del lavoro e specialista in psicoterapia Pietro Bussotti, che spiega come la solitudine possa diventare un fattore di rischio nel momento in cui le richieste superano le risorse che il lavoratore è in grado di offrire, e soprattutto quando tali richieste comportano la necessità di stare a lungo da soli.

Tutto ciò può avere delle conseguenze per la salute mentale del lavoratore, aumentando il rischio di depressione e ansia.

Ma cosa fare per migliorare la salute psicologica di chi svolge lavori da casa? In primo luogo è fondamentale avere il controllo della situazione, e ricordare che, oltre ai “contro”, il lavoro da free lance offre anche molti vantaggi, come la possibilità di organizzare il proprio lavoro, quella di non doversi recare in ufficio immergendosi nel traffico, quella di non dover dipendere da orari o particolari luoghi e postazioni e così via.

Bisogna trovare un equilibrio. Presidiare i confini della vita privata e tenere sotto controllo lo sforzo di adattamento. Se l’asticella dello stress rimane in positivo significa che sono in grado di massimizzare i vantaggi che l’organizzazione autonoma del lavoro mi concede, come ritagliarmi del tempo durante il giorno o lavorare fuori città. Se invece sono ansioso, depresso e iniziano a insorgere sintomi fisici, significa che da troppo tempo la mia asticella è virata sullo stress negativo.

via | Repubblica

Foto da Pixabay

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