Meditazione, quanti tipi ne esistono e qual è il loro effetto sul cervello

Zen o buddista? Mindfullness o meditazione trascendentale? Scopriamo se esistono concrete differenze fra i diversi tipi di meditazione fra cui è possibile scegliere

Quante volte abbiamo avuto modo di parlare dei benefici della meditazione? Alcuni studi hanno dimostrato che aiuta a ridurre ansia, depressione e dolore; non mancano nemmeno indizi che sia efficace contro stress, insonnia, difficoltà di concentrazione e ipertensione. Chi sceglie di affidarsi a questa pratica per migliore il suo benessere può però trovarsi in difficoltà nel momento in cui si rende conto delle innumerevoli tipologie di meditazione esistenti al mondo. Quale sarà la migliore?

In realtà lo scopo ultimo di tutte le forme di meditazione, che si tratti di quella trascendentale o della mindfullness meditation, di un approccio zen o buddista, lo scopo finale è fondamentalmente lo stesso: aumentare il senso di pace, ridurre lo stress, migliorare la concentrazione, accrescere l'autoconsapevolezza e processare meglio pensieri e sentimenti. Sembrerebbe quindi che non resti che rassegnarsi a vivere nell'imbarazzo della scelta. Un recente studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience ha però svelato che diversi tipi di meditazione possono agire sul cervello in modo diverso. Qualche differenza, insomma, c'è.

I due tipi principali di meditazione

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Gli autori dello studio, ricercatori presso la Norwegian University of Science and Technology, l'Università di Oslo e l'Università di Sydney, spiegano che le diverse tecniche di meditazione possono essere raggruppate fondamentalmente in due tipologie. La prima è la meditazione concentrativa, in cui chi medita deve concentrare l'attenzione sul suo respiro o su pensieri specifici per ottenere, infine, una soppressione di altri eventuali pensieri. La seconda tipologia, nella quale ricadono alcune delle forme di meditazione più moderne, è invece quella della meditazione analitica, in cui è sempre richiesto di focalizzarsi sul respiro o su un suono, ma senza compiere particolari sforzi di concentrazione e lasciando la mente libera di pensare a ciò che vuole.

Questa categorizzazione non è una novità, ma è stata sfruttata dai ricercatori per studiare cosa succede nel cervello mentre si medita. E i risultati ottenuti sono stati sorprendenti.

Uno spazio per permettere alla mente di riposare

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Lo studio ha previsto di sottoporre 14 persone esperte delle pratiche di meditazione a risonanze magnetiche cerebrali sia in condizioni di riposo, sia mentre praticavano una meditazione analitica o una meditazione concentrativa. E' stato così scoperto che le tecniche di meditazione analitica attivano più del riposo la parte del cervello che si occupa di rielaborare i pensieri e i sentimenti che riguardano la propria persona. Nel caso della meditazione concentrativa non è invece stato rilevato nessun fenomeno di questo tipo.

Sono rimasto sorpreso dal fatto che l'attività del cervello fosse maggiore quando i pensieri della persona erano liberi di vagare liberamente anziché quando il cervello lavorava in modo da essere più fortemente concentrato

ha raccontato Jian Xu, rpimo nome dello studio.

L'area del cervello attivata dalla meditazione analitica è considerata una sorta di spazio per far riposare la mente, una sorta di sistema operativo di base che prende il comando quando non ci sono compiti da svolgere che richiedono di rivolgere verso di loro l'attenzione.

La meditazione analitica permetterebbe quindi di creare più spazio per processare ricordi ed emozioni rispetto alla meditazione concentrativa.

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Via | Gemini

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