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Cos’è la fobia sociale

La fobia sociale o disturbo d'ansia sociale è una paura che si manifesta quando ci si trova in mezzo a persone conosciute o sconosciute e si teme il loro giudizio, il loro confronto. Può manifestarsi in tanti modi differenti, in situazioni comuni o straordinarie e di solito è accompagnata da una sintomatologia che può essere diversa da soggetto a soggetto.

Cos’è la fobia sociale

Fonte immagine: Pixabay

La fobia sociale, definito anche come disturbo d’ansia sociale, è la paura marcata che si trova in determinate situazioni sociali. Situazioni nelle quali la persona è esposta all’esame e al giudizio di chi si trova con lei. Può insorgere in ogni momento e in ogni occasione, di fronte a persone conosciute o sconosciute e sono diversi i sintomi che possiamo notare.

Tanti sono i dubbi che affollano la nostra mente in merito a un argomento che merita un approfondimento. Abbiamo voluto rivolvere qualche domanda a un’esperta, la Dottoressa Marinella Balocco. La psicologa di MioDottore ha anche aderito al progetto di video consulenza online attivato dalla piattaforma.

Cosa si intende per fobia sociale?

La fobia sociale, o disturbo d’ansia sociale, viene definito dal DSM-5, la più recente edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, come la “paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri” (APA, 2018, p. 233).

Essa può quindi emergere sia in situazioni comuni, come un incontro o una conversazione con uno sconosciuto, sia in situazioni infrequenti, come durante un discorso pubblico oppure una performance su un palcoscenico, dove la persona è sicura che verrà valutata dagli altri.

Caratteristiche fondamentali della fobia sociale sono la paura del rifiuto e la vergogna, che portano all’evitamento ripetuto di situazioni sociali vengono mediate comportamenti di isolamento, ritiro, immobilizzazione o di rabbia incontrollata, a seconda del soggetto e del contesto. Questi comportamenti possono portare a una compromissione più o meno grave del funzionamento della persona in ambito sociale, scolastico, lavorativo, affettivo, ecc.

Come e quando si manifesta?

La fobia sociale si manifesta prevalentemente quando la persona si trova ad affrontare una situazione pubblica in presenza di sconosciuti. Tuttavia, essa può iniziare ad agire nella persona anche molto tempo prima dell’evento atteso, attraverso un senso di ansia anticipatoria. Oppure si può manifestare a seguito dell’interazione sociale, sotto forma di attacco di panico.

Di solito, chi soffre di fobia sociale può avere difficoltà a respirare profondamente. Al contrario, può assumere una postura corporea oltremodo rigida, parlare a voce eccessivamente bassa, arrossire facilmente, sudare molto e faticare a mantenere il contatto visivo con l’altro. Nel momento del picco ansiogeno, la persona può anche sperimentare un deficit attentivo. O addirittura non riuscire a pensare più a nulla, come se la mente diventasse all’improvviso “un foglio bianco”.

disturbo d’ansia sociale
Fonte: Pixabay

Chi colpisce maggiormente?

Il disturbo di fobia sociale colpisce bambini, adolescenti e adulti, con una prevalenza nella popolazione femminile rispetto a quella maschile. L’età media di insorgenza è solitamente intorno ai 13 anni.

Lo studio ESEMeD (European Study on the Epidemiology of Mental Disorders), condotto a livello europeo nel 2001-2003, evidenziò che l’incidenza della fobia sociale in Italia era pari al 2% circa della popolazione esaminata. Mentre il documento finale della Consensus Conference (2022) sottolinea come negli ultimi 20 anni, e soprattutto dopo la pandemia, l’incidenza dei disturbi d’ansia sociale sia cresciuta. Fino ad arrivare a circa il 6% della popolazione.

Quali sono le cause?

Diversi sono possono portare un individuo a sviluppare un disturbo d’ansia sociale, tra questi rientrano una storia infantile di reiterata inibizione e svalutazione, un’esperienza specifica vissuta come stressante o umiliante o, ancora, un cambiamento di vita che ha richiesto l’assunzione di un nuovo ruolo sociale (a livello familiare, scolastico, lavorativo, ecc.).

Le persone che soffrono di fobia sociale si trovano come intrappolate tra l’eccitazione del possibile movimento verso l’altro, verso i propri sogni, i propri obiettivi e la paura di non poter essere accolte per come sono o la sicurezza di poter fallire.

Spesso questi individui hanno fatto esperienza di inadeguatezza, fragilità, impotenza e indegnità di fronte allo sguardo degli altri, arrivando a mettere in dubbio sia il valore della propria identità personale sia la possibilità di appartenenza o riconoscimento da parte di una o più persone affettivamente importanti per loro (Robine, 2014).

guarire dall'ansia sociale
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Come si può guarire?

Il primo passo è condurre una buona diagnosi che evidenzi il grado di compromissione del funzionamento della persona, da cui poter stabilire quale sia l’intervento più appropriato per il sostegno alla guarigione.

A seconda della gravità del livello e delle aree di compromissione, è quindi possibile utilizzare diversi tipi di intervento. Nella fase acuta del disturbo, quando la persona ha importanti sintomi fisici e risulta compromessa in più aree della propria vita, è importante affiancare a una terapia farmacologica concordata con uno psichiatra (che spesso consiste con la prescrizione di un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina o della serotonina – noradrenalina) con delle tecniche bottom-up che, partendo dal lavoro corporeo, possano portare alla riduzione dei sintomi ansiogeni e sostenere la persona ad apprendere un modo adattivo per regolare la propria attivazione emotiva.

Le tecniche di respirazione e di visualizzazione oppure un protocollo completo di Training Autogeno sono strumenti indicati in questa fase. Accanto al lavoro bottom-up, in qualsiasi fase della terapia, è fondamentale lavorare alla costruzione di un’alleanza terapeutica positiva capace di far sperimentare alla persona un modello relazionale alternativo e più funzionale rispetto a quelli di cui ha fatto esperienza nel corso della propria vita.

Quando la stabilizzazione emotiva e la relazione terapeutica sono diventate sufficientemente stabili, è allora possibile iniziare a lavorare sulla ristrutturazione cognitiva, sostenendo il processo di trasformazione delle credenze patogene in uno stile di pensiero più funzionale e adattivo. In questa fase sarà dunque possibile utilizzare interventi basati sulla Mindfulness, sull’ACT (l’Acceptance and Commitment Therapy, un tipo di terapia sviluppata da Steven Hayes alla fine degli anni ’80 del Novecento e deriva dalla terapia comportamentista). Oppure interventi psicoterapeutici che permettano alla persona di comprendere quali siano i trigger che la portano al comportamento disfunzionale, esporsi alla vergogna e alla paura del rifiuto in modo sempre meno traumatico. E, infine, sviluppare capacità individuali di scelta che permettano di migliorare il proprio senso di autostima, autoefficacia e di agency, ossia di nutrire la capacità dell’individuo di agire nel mondo con l’intento di far accadere qualcosa nel mondo.

In aggiunta, visto il trend crescente di diffusione del disturbo d’ansia sociale, così come suggerito dal gruppo di lavoro della Consensus Conference (2022), sarebbe importante poter formulare interventi preventivi, al fine di migliorare la qualità del livello di salute dei cittadini.

Fonti bibliografiche

  • American Psychiatric Association (Ed. 2018), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Raffaele Cortina Editore, Milano
  • Gruppo di lavoro “Consensus sulle terapie psicologiche per ansia e depressione” (2022). Consensus Conference sulle terapie psicologiche per ansia e depressione. Istituto Superiore di Sanità. (Consensus ISS 1/2022)
  • Marsigli, N. (a cura di) (2018). Stop all’ansia sociale. Strategie per controllare e gestire la timidezza, Erickson, Trento
  • Robine, J.M. (2014), La vergogna, in: Francesetti, G., Gecele, M., Roubal, J., a cura di, La psicoterapia della Gestalt nella pratica clinica. Dalla psicopatologia all’estetica del contatto, Franco Angeli, Milano, pp. 277-289

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