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Il caffè fa male ai reni?

Il caffè non fa male ai reni se consumato con moderazione. L'assunzione eccessiva di caffeina, presente nel caffè e in altre bevande, può contribuire ad aumentare la pressione sanguigna, un fattore dannoso per la salute renale. Tuttavia, fino ad oggi, non ci sono prove scientifiche che suggeriscano una controindicazione al consumo moderato di caffeina (2-3 tazzine di caffè al giorno) per soggetti sani o con malattie renali. Con le dovute eccezioni in caso di anziani, bambini e non solo.

Il caffè fa male ai reni?

Fonte immagine: Pixabay

Il caffè è una delle bevande più popolari al mondo, ed è apprezzato per il suo aroma inconfondibile e per il suo effetto stimolante. Tuttavia, circolano molte voci sul presunto impatto negativo che avrebbe sui reni. Esistono diverse opinioni contrastanti su questo argomento: in questo articolo cercheremo di fare chiarezza sulla questione scoprendo se tale bevanda rappresenti un rischio per la salute renale o se possa essere consumata con moderazione senza causare danni. Esamineremo anche cosa bere se si avvertono problemi ai reni e quali abitudini possono affaticare questi importanti organi.

Il caffè fa male ai reni?

Come anticipato, la questione è dibattuta anche in virtù dei diversi studi condotti in merito. In via generale, sappiamo che un’assunzione eccessiva di caffeina può contribuire all’aumento della pressione sanguigna. Fattore, quest’ultimo, potenzialmente dannoso per la salute renale. Anche per questo, per lungo tempo, tale bevanda è stata ritenuta dannosa per i reni. Tuttavia, sono seguite diverse ricerche in merito che hanno dimostrato sia una correlazione tra il consumo di caffè e la diminuzione della prevalenza della malattia renale che una minore prevalenza di malattie renali croniche nei villaggi coltivatori di caffè.

Ciò che si può affermare ad oggi, è che non ci siano prove scientifiche che suggeriscano controindicazioni riguardo al consumo di caffeina equivalente a 2-3 tazzine di caffè al giorno in individui sani o anche in quelli affetti da malattie renali. Naturalmente, bisogna prestare le dovute attenzioni nel caso di anziani, bambini e pazienti che assumono analgesici o diuretici. O nel caso in cui si abbia storia familiare o clinica di calcolosi renale. Non si hanno ancora sufficienti prove, invece, per quanto riguarda il consumo di caffè e altre bevande contenenti caffeina da parte dei pazienti sottoposti a emodialisi.

Cosa bere se fanno male i reni?

Fondamentale è adottare una corretta idratazione e fare scelte intelligenti riguardo alle bevande consumate. Ad iniziare dall’acqua, indispensabile per mantenere i reni sani e della quale si dovrebbero bere almeno 2 litri al giorno. Bere a sufficienza aiuta a diluire le sostanze accumulate nei reni e favorisce la loro corretta funzione. I tè e le tisane a base di erbe sono ottime alternative al caffè per le persone con problemi renali. Naturalmente privi di caffeina, possono offrire proprietà calmanti e diuretiche, favorendo la produzione di urina e l’eliminazione delle tossine. Anche i succhi di frutta freschi, come quelli di mirtillo, melograno o limone possono fornire antiossidanti benefici per i reni. Tuttavia, è importante consultare il proprio medico o un dietologo prima di consumarli in quanto alcuni, oltre che ricchi di zuccheri, possono contenere potassio in eccesso, che potrebbe risultare dannoso per alcune persone con problemi renali.

Cosa affatica i reni?

Oltre alla scelta delle bevande, ci sono alcune abitudini che possono affaticare i reni. Innanzitutto, l’eccesso di sodio: una sua elevata assunzione può aumentare la pressione sanguigna e mettere una maggiore pressione sui reni. Riducete il consumo di cibi ad alto contenuto di sale e cercate di limitare l’uso di condimenti salati. Anche la mancanza di un’adeguata idratazione può aumentare il rischio di formazione di calcoli renali e compromettere la funzione renale. Inoltre, così come riporta il sito della Fondazione Veronesi, “sotto accusa, per il mal funzionamento dei reni, sono sedentarietà, alimentazione sregolata, eccesso di farmaci che possono concorrere, a lungo termine, all’insorgenza di patologie anche croniche”.

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