Capita più spesso di quanto si creda: si esce dal cinema più leggeri, oppure scossi ma con la sensazione di aver capito qualcosa che prima restava sfocato. Non è solo un’impressione. Un film che funziona davvero, che ci cattura e ci porta dentro una storia, può lasciare effetti concreti su come stiamo, sullo stress che ci portiamo addosso e perfino su alcune reazioni del corpo. Il punto è capire dove finisce la normale esperienza di chi guarda e dove comincia qualcosa che si avvicina a un uso più terapeutico delle immagini.
Cosa dice lo studio UCL sull’abitudine di andare al cinema
Tra i lavori più citati c’è quello pubblicato nel 2020 dai ricercatori dell’University College London, secondo cui andare al cinema con regolarità può essere collegato a un miglioramento del benessere mentale e fisico. Nessun potere magico della sala, ovviamente. Il nodo è un altro: il cinema mette insieme cose che nella vita di tutti i giorni stanno diventando sempre più rare, come la concentrazione vera, il coinvolgimento emotivo, l’assenza di distrazioni e anche una partecipazione condivisa. Guardare un film sul grande schermo, con il telefono spento e l’attenzione tutta lì, non è come lasciarlo andare in sottofondo mentre si cucina o si risponde ai messaggi. In sala l’esperienza è più forte. E proprio quella intensità può allentare la tensione, spostare per un po’ il pensiero dai problemi e rimettere in circolo emozioni che spesso restano bloccate.
Dai neuroni specchio all’empatia: perché ci immedesimiamo nei personaggi
La spiegazione più solida arriva dalle neuroscienze e dal lavoro di studiosi come Vittorio Gallese, che ha collegato il coinvolgimento dello spettatore al ruolo dei neuroni specchio. In parole semplici, quando vediamo qualcuno compiere un gesto o mostrare un’emozione, nel cervello si accendono circuiti simili a quelli che si attiverebbero se quella scena la stessimo vivendo noi. È anche per questo che un pianto sullo schermo può stringerci lo stomaco, e una risata costruita bene finisce per travolgerci. Il cinema, quando è scritto e diretto come si deve, ci fa entrare nella pelle degli altri senza tanti avvisi. L’empatia nasce proprio lì, nel riconoscere una paura, una vergogna o un desiderio che non appartengono solo al personaggio. Questo, però, non significa che ogni film faccia bene in automatico, né che esista una pellicola giusta per ogni malessere come fosse una medicina. Su questo gli stessi studiosi restano cauti.
Dalla visione sul divano alla corsia: come nasce la cineterapia
Negli ultimi anni questa idea è uscita dal terreno dell’osservazione e ha trovato spazio in ospedali, centri di cura e residenze per anziani. Si parla di cineterapia, cioè dell’uso del film come sostegno nei percorsi psicologici o riabilitativi. In Italia una delle esperienze più note è quella di MediCinema, che porta il cinema dentro i luoghi di cura e lavora con pazienti, familiari e caregiver. I risultati raccontati sul campo sono significativi, soprattutto nella gestione dell’ansia, nell’attivazione emotiva di persone molto chiuse e nel sostegno a chi affronta ricoveri lunghi. Anche la ricerca scientifica si sta muovendo: una revisione uscita su Frontiers in Psychology nel 2022 ha rilevato esiti positivi nella gran parte degli studi esaminati, pur con un limite ancora aperto, cioè l’assenza di criteri uguali per tutti nel misurare gli effetti. Intanto una cosa appare chiara anche fuori dagli ospedali: un film non cura da solo, ma può aprire un varco, dare un nome a un disagio, abbassare per un momento la guardia. E in certi passaggi della vita, quel momento conta più di quanto sembri.

Cinema e benessere, perché un buon film può migliorare mente e corpo




