Sedentarietà, il conto per la sanità: quanto può risparmiare l’Italia se si muove di più
Tenersi in forma costa, ma restare fermi costa molto di più. E oggi il tema non è solo il prezzo dell’abbonamento in palestra o della piscina. La sedentarietà sta presentando un conto sempre più salato alla sanità pubblica, alle famiglie e anche al sistema produttivo.
Secondo l’Osservatorio Valore Sport di TEHA, in Italia l’inattività fisica ha avuto un impatto economico complessivo di 5,9 miliardi di euro. Un dato che aiuta a guardare lo sport non come una spesa in più, ma come una vera forma di prevenzione. E allora la domanda diventa una: quanto può risparmiare l’Italia se si muove di più?
La stima dei 5,9 miliardi non comprende solo visite, farmaci e ricoveri legati a malattie favorite dall’inattività. Dentro ci sono anche i costi indiretti: meno produttività, più assenze dal lavoro, condizioni di salute che peggiorano. È qui che la sedentarietà smette di essere una faccenda privata e diventa un problema di tutti. Secondo TEHA, questo peso vale circa il 2,6% della spesa sanitaria nazionale. Non poco, soprattutto in un sistema già messo alla prova dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle patologie croniche. E se si guarda anche all’effetto di altri stili di vita sbagliati, il conto sale fino a 6,7 miliardi. In sostanza, muoversi poco non pesa solo sul benessere personale: gonfia una spesa pubblica evitabile che poi ricade sull’intero Paese.
Il dato forse più immediato è questo: ogni persona sedentaria che diventa attiva può evitare in media 322 euro di spesa sanitaria. È una cifra che rende molto chiaro il legame tra attività fisica e conti pubblici. Un principio noto da tempo, certo, ma qui tradotto in numeri concreti. Per questo il tema non riguarda soltanto chi fa sport con regolarità, ma anche quella parte di popolazione che resta ai margini dell’attività motoria, spesso per motivi di tempo, di costi o per la scarsa accessibilità dei servizi. L’Italia, del resto, continua a scontare livelli di sedentarietà alti rispetto ai Paesi più virtuosi. Se riuscisse ad avvicinarsi ai migliori standard OCSE, il risparmio annuo per il Servizio sanitario nazionale potrebbe arrivare fino a 3,2 miliardi di euro. A quel punto il discorso cambia: non si parla più soltanto di buone abitudini, ma di un modo concreto per alleggerire una parte importante della spesa sanitaria futura.
Il punto decisivo è questo: quando funziona, la prevenzione non è un costo, ma un investimento. Sempre secondo TEHA, ogni euro speso in prevenzione attraverso sport e attività fisica può generare un ritorno socioeconomico di 2,9 euro. Dentro questo dato ci sono meno spese mediche, più produttività, una migliore qualità della vita e anche un minor carico sulle strutture pubbliche. Il ragionamento si lega pure ai conti delle famiglie: l’Osservatorio Compass ha rilevato che nel 2022 gli italiani hanno speso in media 458 euro per il benessere psicofisico, saliti a 483 euro per chi ha frequentato palestre, piscine e centri sportivi, con una proiezione vicina ai 600 euro. Per molte famiglie è uno sforzo reale, soprattutto in una fase di bilanci tirati. Ma visto dal lato del sistema, quella spesa privata sostiene una filiera economica importante e, soprattutto, può evitare costi pubblici ben più alti nel tempo. La vera questione, allora, non è se convenga investire nel movimento. È capire come rendere l’attività fisica più accessibile, continuativa e diffusa, perché il beneficio non resta a chi si allena: si riflette sui conti della sanità, del lavoro e, in ultima analisi, del Paese.