I falsi pranzi leggeri del bar: i piatti che sembrano sani e invece sbilanciano il pasto

A pranzo davanti al bancone del bar impariamo ad aguzzare la  vista: alcuni piatti potrebbero sembrare light ma poi non esserlo affatto.

Mangiare al bar a pranzo ogni giorno non è di per sé un problema. Il punto, semmai, è un altro: alcuni piatti che sembrano leggeri rischiano in realtà di sbilanciare il pasto senza dare nell’occhio. È questo il nodo messo in evidenza dalla biologa nutrizionista Sonia Cucci, sentita a metà aprile per capire cosa ordinare al bar e cosa, invece, conviene guardare con un po’ più di attenzione. Non è il pranzo veloce il nemico — il banco frigo, il piatto del giorno, la pausa da venti minuti — ma quell’idea di pasto “pulito” che certi prodotti si portano dietro e che spesso, alla prova degli ingredienti, regge poco.

L’insalatona che tradisce: formaggi, crostini e condimenti che cambiano tutto

La insalatona del bar è forse l’esempio più classico. A vederla sembra una scelta semplice: lattuga, pomodori, magari carote e tonno. Poi però spuntano scaglie di parmigiano, olive, mais, crostini, salse già pronte e magari anche due giri d’olio messi prima di arrivare al banco. E il profilo del piatto cambia parecchio. “Il piatto unico funziona se resta bilanciato”, ha spiegato Cucci, indicando uno schema chiaro: verdure fresche, una fonte proteica ben riconoscibile, una quota di carboidrati complessi come pane integrale o riso, e olio extravergine d’oliva senza esagerare. L’equivoco nasce qui: molte insalate da bar sono pensate per colpire subito nel gusto, non per reggere davvero fino al pomeriggio. E all’ora di punta, quando il locale è pieno, quasi nessuno si ferma a chiedere quanto condimento ci sia dentro.

Tramezzini e focacce: il peso invisibile di maionese, salse e pane soffice

Anche tramezzini, toast e focacce giocano sulla stessa ambiguità. Sono comodi, veloci, si mangiano anche in piedi. Ma il problema spesso sta in quello che si nota meno: maionese, creme spalmabili, salse allo yogurt solo di nome, pane molto soffice e ripieni in cui le verdure fanno presenza più che sostanza. La nutrizionista consiglia, quando si può, un sandwich con pane integrale, verdure grigliate, hummus o formaggi freschi nelle giuste quantità.

Scegliere i giusti piatti per un pranzo light anche al bar (BenessereBlog.it)

Tra toast e tramezzino, osserva, il primo può essere più lineare proprio perché in genere ha meno salse. Non è una regola fissa, certo. Però quel pane bianco del tramezzino — spesso umido ai bordi, preparato presto e lasciato per ore in vetrina — finisce spesso per portarsi dietro più grassi e sale di quanto sembri al primo morso.

Piatti pronti e vaschette fredde: dove si nascondono sale, zuccheri e grassi saturi

Il terreno più scivoloso è quello di piatti pronti e vaschette fredde. Riso venere con pollo, cous cous con verdure, farro al pesto, bowl proteiche: nomi rassicuranti, colori giusti, confezioni curate. Ma dentro si trovano spesso sale, zuccheri aggiunti nei condimenti, basi già trattate e ingredienti molto lavorati. Cucci invita a fare attenzione soprattutto ai prodotti che sembrano neutri e invece arrivano già carichi di salse o con ingredienti conservati a lungo. Lo stesso vale per certe pizze al taglio, viste come un pranzo rapido ma innocuo: spesso hanno molto olio, formaggi ricchi di grassi saturi e porzioni che saziano poco e per poco tempo. Il punto è questo: a volte un panino semplice costruito bene può pesare meno, dal punto di vista nutrizionale, di una bowl dal nome impeccabile e dalla composizione molto meno convincente.

Quando il menù ‘fit’ è solo facciata: leggere la composizione oltre il nome del piatto

Nel linguaggio dei bar, parole come “fit”, “wellness”, “light” o “protein” ormai dicono poco. In certi casi, niente. Quello che conta davvero è la composizione del piatto: da dove arrivano le proteine, quanti condimenti ci sono, come sono presenti i carboidrati, se il pasto è equilibrato oppure se è solo un insieme di ingredienti messi lì per sembrare attuali. Per chi segue un’alimentazione vegana o ha intolleranze a glutine o lattosio, oggi l’offerta è più ampia, soprattutto in città, ma resta fondamentale chiedere, leggere e farsi spiegare bene cosa c’è nel piatto. “Molte opzioni ci sono”, ha detto Cucci, “però bisogna guardare oltre il nome”. In fondo è una pausa pranzo, non un esame. Ma quello che si mangia alle 13, al banco o su uno sgabello traballante, si fa sentire alle 16. E spesso basta già questo per capire se un pranzo era leggero davvero, oppure solo in apparenza.

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Francesca Testa