Alimentazione

Caffè e brioche, ma non solo: la colazione che penalizza la vitamina D

Alcuni tipi di colazione penalizzano l’assorbimento della vitamina D: quali sono e perché

Prendere la vitamina D al mattino con caffè, tè o una colazione solo zuccherina è uno degli errori più frequenti. Il motivo è semplice: se l’integratore viene assunto a digiuno o senza grassi, il suo assorbimento intestinale può calare anche in modo marcato.

Il punto, spesso sottovalutato, è questo: il colecalciferolo è una sostanza liposolubile e ha bisogno di un pasto adatto per entrare davvero in circolo. In altre parole, non basta prenderlo ogni giorno: conta anche come lo si prende.

Perché zuccheri e bevande da soli non bastano per assorbire la vitamina D

Il nodo, spiegano gli esperti, sta nella farmacocinetica della vitamina D3. A differenza delle vitamine idrosolubili, questa molecola segue la strada dei grassi alimentari. Per essere assimilata deve entrare nelle micelle, piccoli aggregati di lipidi che si formano nell’intestino solo quando nel pasto c’è una quantità sufficiente di grassi.

Ecco perché una colazione fatta solo di brioche, biscotti, fette biscottate o cereali, magari con accanto un caffè o un tè caldo, non è la scelta migliore. Se i grassi mancano, anche la secrezione biliare resta più bassa e l’integratore — soprattutto se in compresse secche o polvere — può essere assorbito meno di quanto ci si aspetti.

C’è poi un altro aspetto, meno conosciuto ma importante: nel metabolismo della vitamina D entra in gioco anche il magnesio, necessario nelle reazioni che trasformano il colecalciferolo nella sua forma attiva. Se questo cofattore manca, anche un dosaggio corretto può non essere sufficiente. Per l’Endocrine Society una somministrazione giornaliera o settimanale è più fisiologica dei grandi boli mensili, che possono provocare oscillazioni nei livelli nel sangue.

Le colazioni giuste per non frenare l’effetto dell’integratore

La soluzione, in realtà, è più semplice di quanto sembri e non richiede pasti pesanti. Per aiutare la biodisponibilità della vitamina D, basta assumere l’integratore insieme a una colazione con una quota di grassi buoni: per esempio yogurt intero, frutta secca, una fetta di pane con olio extravergine d’oliva, oppure uova, avocado o una piccola porzione di pesce azzurro, se già fa parte delle abitudini del mattino.

Anche la forma dell’integratore può avere il suo peso. Le gocce oleose e le capsule molli, avendo già una base lipidica, in genere risultano più facili da assorbire rispetto alle compresse, che dipendono di più da che cosa si mangia. Ma il punto resta sempre lo stesso: il “quando” conta quanto il “quanto”. Chi assume vitamina D dovrebbe farlo, se possibile, durante un pasto vero, non con un caffè bevuto di corsa prima di uscire. Per il resto serve prudenza: i livelli di 25(OH)D), ricordano gli specialisti, andrebbero controllati con il medico, perché sia la carenza di vitamina D sia l’eccesso meritano attenzione. Eppure l’errore più comune resta anche il più banale: pensare che una compressa faccia effetto da sola, senza le condizioni giuste a tavola.

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Mattia Di Gennaro