Che cosa succede nel cervello quando guardiamo un film

Basta una scena fatta come si deve per capirlo al volo: un personaggio trema, trattiene il respiro, poi scoppia a piangere, e chi guarda gli va dietro quasi senza accorgersene. Il cinema funziona così: arriva al corpo prima ancora che ai pensieri. E oggi le neuroscienze stanno cercando di spiegare perché una storia vista sullo schermo riesca a smuovere emozioni, abbassare la tensione e, in certi casi, dare una mano a chi sta passando un momento difficile. Non è magia, e non è nemmeno una terapia nel senso stretto del termine. Ma qualcosa succede davvero, e non solo “nella testa”.

Neuroni specchio e corteccia premotoria: perché le scene ci colpiscono così tanto

Una delle spiegazioni più solide passa dai neuroni specchio, scoperti dal gruppo di Giacomo Rizzolatti e poi studiati anche da Vittorio Gallese. Detto in modo semplice, sono cellule nervose che si attivano sia quando facciamo un’azione, sia quando vediamo qualcun altro farla. Entrano in gioco nella corteccia premotoria e in altre aree legate alla percezione e al movimento. È anche per questo che davanti a un film non siamo mai spettatori del tutto fermi: se sullo schermo c’è un volto contratto dal dolore, una corsa o un abbraccio, il cervello in parte simula quell’esperienza. Da lì nasce una fetta dell’empatia che proviamo al cinema, quella per cui ci ritroviamo nei personaggi e condividiamo paura, sollievo, vergogna o desiderio di riscatto. Questo non vuol dire che ogni film faccia lo stesso effetto a tutti: la risposta resta personale e cambia in base alla storia di ciascuno. Però oggi la base biologica di questo coinvolgimento appare molto meno vaga di quanto si pensasse.

Pianto, risata e suspense: che cosa cambia davvero nel corpo mentre guardiamo

L’effetto non si ferma alle emozioni raccontate. Alcuni studi citati da ricercatori e clinici che lavorano sulla cineterapia parlano di cambiamenti misurabili: dal flusso sanguigno cerebrale alla riduzione di alcune reazioni legate allo stress, fino a variazioni dell’attività cardiovascolare. Quando una scena fa ridere sul serio, il corpo si distende. Quando sale la suspense, cresce l’attivazione. Quando arriva un momento doloroso, si può sentire una stretta fisica che non è soltanto immaginata. Nel lavoro clinico questi meccanismi vengono osservati con sempre più attenzione. In Italia, per esempio, realtà come MediCinema hanno portato le proiezioni dentro ospedali e strutture di cura, registrando in alcuni casi un calo dell’ansia e una partecipazione emotiva più forte da parte dei pazienti. La letteratura scientifica, va detto con chiarezza, non è ancora uniforme nei metodi e nelle verifiche. Ma il quadro si sta allargando e non si può più liquidare come semplice suggestione.

Perché il grande schermo ci prende di più e ci fa entrare davvero nel film

Poi c’è la differenza tra guardare un film e consumarlo distrattamente. Il grande schermo concentra, isola, taglia fuori le distrazioni che a casa si mangiano metà dell’esperienza: il telefono che vibra, la pausa, la luce accesa, il frigorifero a due passi. In sala il cervello si affida più facilmente al racconto, e questa immersione rende più forte la risposta emotiva. Non a caso uno studio dell’University College London, spesso citato quando si parla del rapporto tra cinema e benessere, ha collegato la frequentazione regolare delle sale a effetti positivi sul piano mentale e fisico. Questo non significa che basti comprare un biglietto per stare meglio, né che esistano film da prescrivere come medicine contro ogni malessere. Vuol dire, più semplicemente, che le storie viste con attenzione piena possono offrirci uno spazio raro: quello in cui sentiamo qualcosa fino in fondo, senza doverlo spiegare subito e, a volte, senza nemmeno riuscire a dargli un nome preciso.

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Roberto Torcolacci