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Fonte immagine: Unsplash / Towfiqu Barbhuiya

Il diabete è una delle patologie più diffuse al mondo: attualmente ne soffrono oltre 400 milioni di persone e, ogni anno, le nuove diagnosi sono oltre 7 milioni. In Italia, i malati di diabete sono circa 3 milioni.

Si tratta di una malattia metabolica cronica che è causata da una produzione insufficiente di insulina o da una sua azione inadeguata e che ha tra le sue caratteristiche cliniche l’iperglicemia, ovvero un eccesso di glucosio nel sangue.

Il diabete rappresenta una vera e propria emergenza sanitaria, sia per l’elevato numero di casi che per le gravi complicanze che comporta, soprattutto a carico di retina, reni, sistema nervoso, muscolo-scheletrico e cardiovascolare.

Oggi è la quarta causa di morte nel mondo e gli esperti stimano che la sua diffusione sia in continuo aumento. Secondo le previsioni, nell’arco di un paio di decenni il diabete sarà una delle problematiche più complesse da gestire a livello sanitario insieme a malattie cardiovascolari e tumori.

Scopriamo di più su questa malattia, sulle varie forme in cui può manifestarsi, su come riconoscerla e curarla con le terapie giuste.

Cos’è il diabete

La prima descrizione del diabete è attribuita ad Areteo di Cappadocia, medico greco vissuto intorno al II secolo d.C. Areteo parla di un quadro clinico caratterizzato da “una liquefazione del corpo e delle membra nell’urina”, in riferimento all’abbondante emissione di urine tipica di questa malattia: un flusso continuo e inarrestabile, simile a quello di un acquedotto. La parola “diabete” deriva dal verbo greco antico “diabainein”, che significa “passare attraverso”, ed evoca proprio il passaggio attraverso il corpo di grandi quantità di acqua, l’urina appunto.

Già le antiche civiltà egizie, indiane e greche avevano notato che le urine dei pazienti diabetici avevano un sapore dolce. Da questa osservazione è derivato il termine diabete mellito (“mellito”, in latino, significa “simile al miele”), che ancora oggi è utilizzato per designare la forma di diabete più diffusa al mondo. Si tratta di una malattia cronica caratterizzata da un’eccessiva quantità di zucchero (glucosio) nel sangue e causata da un difetto di funzionalità o di produzione, da parte del pancreas, di insulina, l’ormone che ha il compito di regolare il livello di glucosio nell’organismo. Il diabete mellito ha tre tipologie principali, con sintomi, manifestazioni e gestioni diverse:

  • il diabete di tipo 1, malattia autoimmune causata da un malfunzionamento del sistema immunitario che determina una mancata produzione di insulina da parte dell’organismo
  • diabete di tipo 2, che comprende tutte le forme di diabete dovute a un deficit di secrezione dell’insulina o a una resistenza dell’organismo alla sua azione (insulino-resistenza)
  • il diabete gestazionale, una forma di diabete che si sviluppa in gravidanza.
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Fonte: Unsplash / Myriam Zilles

La storia del diabete: principali tappe

Nel corso degli anni, grazie a un costante lavoro di ricerca, è stato possibile perfezionare le conoscenze sul diabete mellito, sui meccanismi che lo causano e sulle possibilità di cura. La Società Italiana di Diabetologia (SID) riassume così alcune delle principali tappe di questo percorso.

  • Intorno al 1000, Matthew Dobson scoprì che il sapore dolce delle urine dei diabetici è dovuto alla presenza di glucosio. Intorno al 1850-1870 il francese Claude Bernand individuò il fegato come organo che produce questa sostanza.
  • Nel 1869, il tedesco Paul Langerhans identificò nel pancreas degli agglomerati di cellule che avrebbero preso il nome di isole di Langerhans. Sono le isole che contengono le cellule beta che producono l’insulina.
  • Nel 1889, Mering e Minkowski scoprirono il ruolo del pancreas nel controllo della glicemia e quindi nella patogenesi del diabete.
  • Nel 1910 Edward Albert Sharpey-Schafer coniò il nome “insulina” per una sostanza prodotta dalle isole di Langerhans che riteneva mancasse nelle persone con diabete. Proprio una riduzione nella produzione di insulina da parte delle cellule di Langerhans o l’incapacità dell’organismo di utilizzare l’insulina nel modo corretto (insulino-resistenza) sono alla base dello sviluppo del diabete mellito. Questo squilibrio fa sì che il glucosio, che normalmente viene impiegato per produrre energia, tenda ad accumularsi nel sangue (ipoglicemia) e ad essere eliminato attraverso le urine (glicosuria).
  • Nel 1922 gli studi di Banting, Best e Collip all’Università di Toronto posero le basi per il trattamento a base di insulina contro il diabete. Le loro ricerche, infatti, mostrarono che estratti pancreatici ricchi di insulina iniettati a cani resi diabetici con la rimozione del pancreas riducevano la glicemia.
  • Nel 1922, un ragazzo di 14 anni fu il primo paziente trattato con insulina. Fu una svolta epocale nella storia del diabete, che divenne una malattia curabile.

Epidemiologia

Dall’ultimo report dell’International Diabetes Federation (IDF), relativo al 2019, risulta che, a livello globale, 463 milioni di adulti di età compresa tra i 20 e i 79 anni soffrono di diabete. Un dato che potrebbe essere ancora più alto, considerato che una persona su due (232 milioni) non è stata diagnosticata. Numeri che, secondo le stime dell’IDF, sono destinati a salire a 700 milioni entro il 2045. Sempre secondo i rapporti IDF:

  • una persona su 5 con più di 65 anni ha il diabete
  • la percentuale di persone con diabete di tipo 2 è in aumento nella maggior parte dei paesi
  • più di 1,1 milioni di bambini e adolescenti convivono con il diabete di tipo 1, che colpisce soprattutto nell’infanzia e in età giovanile.

A livello globale, nel 2019 il diabete ha causato 4,2 milioni di morti e almeno 760 miliardi di dollari di spesa sanitaria: il 10% della spesa totale per gli adulti. Insomma, si tratta di un’emergenza sanitaria mondiale che non accenna a ridursi ma che, anzi, è in costante crescita.

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Fonte: Unsplash / Kyle Glenn

Il diabete in Italia

Per quanto riguarda l’Italia, i dati dell’Annuario Statistico Italiano 2020 dell’Istat fotografano una situazione in linea con quella mondiale, con il diabete che nel 2019 rappresenta la quarta causa di morte dopo le malattie del sistema circolatorio, i tumori, le malattie del sistema respiratorio e i disturbi psichici/del sistema nervoso, terza causa di morte rispettivamente per gli uomini e per le donne.

L’incidenza media del diabete nella popolazione italiana al 2019 è del 5,8%. Sia tra gli uomini (incidenza del 6,2%) che tra le donne (incidenza del 5,8%) sono più colpite la fascia di età over 75 (22,7% tra gli uomini – 18,1% tra le donne) e la fascia di età 65-74 (16,4% tra gli uomini – 12,6% tra le donne). Per quanto riguarda la distribuzione geografica, il diabete è più diffuso al Sud (6,7%) e nelle isole (7%), mentre ha un’incidenza minore al Nord (5,3% nel Nord-Ovest – 4,9% nel Nord-Est). La regione più colpita è la Calabria (8%), seguita da Molise (7,6%) e Sicilia (7,3%).

Il prediabete

Esiste una condizione di iperglicemia che non può definirsi diabete, ma che deve essere considerata un campanello d’allarme perché in un caso su tre evolve in diabete di tipo 2. Si tratta del prediabete, che si caratterizza per livelli di glicemia più elevati della norma ma non così alti da permettere di diagnosticare il diabete. Più in dettaglio, si parla di prediabete se il livello di glicemia nel sangue è compreso tra 100 e 125 mg/dl.

Come sapere se si ha il prediabete? Come per il diabete, per scoprirlo sono sufficienti semplici test del glucosio nel sangue, in particolare:

  • il dosaggio dell’emoglobina glicata HbA1C, che permette di misurare le concentrazioni medie di glucosio nel sangue negli ultimi 3 mesi. Si ha il prediabete con valori compresi tra 5,7 e 6,4%.
  • La glicemia a digiuno: sono indice di prediabete valori compresi tra 100 e 125 mg/dl (confermati almeno due volte).
  • Il carico orale di glucosio, ovvero la misurazione della glicemia due ore dopo aver ingerito una soluzione di acqua e glucosio. Valori pari a 140-199 mg/dl sono la spia del prediabete. (fonte: American Diabetes Association).

Se anche solo uno di questi 3 test evidenzia anomalie nei livelli di glucosio nel sangue, è possibile fare una diagnosi di prediabete.

I rischi del prediabete

Si tratta di una condizione di cui spesso non si è consapevoli ma che rappresenta un pericolo per la salute, prima di tutto perché può essere l’anticamera del diabete. Indica, cioè, una sorta di predisposizione che nel giro di 10 anni, in un caso su tre, si trasforma in diabete di tipo 2. Questo vale soprattutto in presenza di familiarità, ovvero di un parente di primo grado con diabete, o di fattori di rischio come il sovrappeso e l’obesità, la pressione alta, un aumento del valore dei trigliceridi.

Ma c’è di più: una ricerca del Beaumont Hospital-Royal Oak nel Michigan, presentata alla 70° Sessione annuale dell’American College of Cardiology e riportata dalla Fondazione Veronesi, ha dimostrato che il prediabete aumenta il rischio di ictus, infarto e altre gravi problematiche cardiovascolari. Secondo gli studiosi, questo effetto dipende dal fatto che alti livelli di glucosio nel sangue possono creare infiammazione all’interno dei vasi sanguigni, arrivando a restringerne la cavità e ad ostacolare il flusso del sangue.

Ecco perché è importante prevenire il prediabete con una dieta sana e uno stile di vita attivo e diagnosticarlo tempestivamente attraverso il controllo periodico della glicemia, che dai 45 anni di età è consigliabile misurare tutti gli anni. Individuare subito una condizione di prediabete permette di intervenire sull’iperglicemia, ritardando o addirittura prevenendo il diabete di tipo 2 e le sue possibili complicanze a lungo termine, soprattutto quelle a carico del cuore e del sistema circolatorio.

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Fonte: Unsplash / Jean Louis Paulin

Il diabete di tipo 1

Come abbiamo accennato, il diabete mellito è la forma di diabete più diffuso al mondo e ha molte sottoclassificazioni: il diabete di tipo 1 e il diabete di tipo 2 rappresentano le due forme principali. Approfondiamo le differenze tra le diverse tipologie di diabete, a cominciare dal diabete di tipo 1.

E’ chiamato anche diabete mellito giovanile perché colpisce in prevalenza bambini, adolescenti e giovani adulti ed è una malattia autoimmune causata da una reazione dell’organismo, in particolare del sistema immunitario, che distrugge le cellule beta del pancreas, deputate alla produzione di insulina. Il diabete di tipo 1, quindi, è caratterizzato da una totale assenza di insulina e richiede, per tutta la vita, una terapia quotidiana a base di iniezioni di insulina, per sopperire alla sua mancanza. Per questo è anche noto con il nome di diabete insulino-dipendente.

Nella maggior parte dei casi, il diabete non si manifesta con disturbi specifici. I sintomi del diabete spesso sono sovrapponibili a quelli di altre patologie, quindi non semplici da identificare, e questo vale per tutte le forme di diabete, compreso quello di tipo 1.

Sintomi, cause e fattori di rischio

Tra i sintomi più comuni del diabete di tipo 1, quando presenti, ci sono:

  • sete intensa (polidipsia)
  • necessità di urinare spesso con urine abbondanti (poliuria)
  • stanchezza (astenia)
  • perdita di peso nonostante un aumento dell’appetito
  • senso di generale malessere
  • febbre
  • sonnolenza
  • chetoacidosi, che si verifica quando, per la mancanza di glucosio, le cellule cominciano ad utilizzare gli acidi grassi per ottenere energia. Caratteristico di questa condizione è l’odore di acetone nell’alito.

Ad oggi le cause del diabete di tipo 1 restano sconosciute, ma si ipotizza che la risposta immunitaria contro le cellule beta possa essere legata alla presenza di fattori genetici che predispongono allo sviluppo della malattia e che, se combinati a fattori esterni come alcuni tipi di infezioni virali, la provocano.

Tra i principali fattori genetici che aumentano il rischio di diabete di tipo 1 ci sono:

  • parenti di primo grado (genitori, fratelli) con diabete tipo 1
  • malattie autoimmuni (come tiroidite, artrite reumatoide, celiachia, vitiligine)
  • parenti di primo grado con malattie autoimmuni.

Il diabete mellito in bambini e giovani è una malattia a esordio molto brusco, in cui la distruzione delle cellule beta avviene rapidamente e, di conseguenza, l’organismo smette di produrre insulina nell’arco di poco tempo.

Esiste una variante più rara del diabete tipo 1 che si chiama LADA (Latent Autoimmune Diabetes of the Adult) e colpisce gli adulti. In questi casi l’aggressione del sistema immunitario alle cellule beta è più lenta e la malattia si sviluppa nell’arco di anni. Compare, inoltre, in età più avanzata rispetto al classico diabete tipo 1, che raramente si manifesta dopo i 40 anni.

Il diabete di tipo 2

Il diabete di tipo 2, anche noto come diabete non insulino-dipendente, è la forma più diffusa di diabete. Rappresenta circa il 90% dei casi e in genere si sviluppa dopo i 30-40 anni. E’ caratterizzato da livelli elevati di glucosio nel sangue (iperglicemia), dovuti a un’insufficiente produzione di insulina da parte del pancreas o ad un’azione inadeguata di questo ormone. Il difetto nella secrezione insulinica spesso si associa a una condizione di insulino-resistenza, che fa sì che l’organismo non sia in grado di utilizzare l’insulina in modo corretto per regolare i livelli del glucosio.

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Fonte: Unsplash / Engin Akyurt

Sintomi, cause e fattori di rischio

Il diabete di tipo 2 di solito rimane silente per molti anni. L’iperglicemia, infatti, si sviluppa gradualmente e, almeno all’inizio, non è di grado così severo da provocare disturbi.

I sintomi tipici del diabete di tipo 2 sono:

  • stanchezza
  • aumento della sete
  • aumento della diuresi
  • perdita di peso non ricercata
  • malessere
  • dolori addominali.

L’origine del diabete di tipo 2 è multifattoriale e combina alterazioni genetiche (anomalie funzionali in vari organi e tessuti come fegato, muscolo scheletrico, tessuto adiposo, intestino, cervello e cellule alfa e beta delle isole pancreatiche) e componenti ambientali (dieta, stile di vita). Per questo il diabete di tipo 2 non è considerato una malattia unica ma un insieme di differenti sindromi.

Tra i fattori di rischio c’è l‘obesità, sempre più diffusa anche tra i più giovani. Per questo l’età di insorgenza del diabete di tipo 2 si sta abbassando e questa malattia viene diagnosticata anche in bambini e adolescenti. Anche la sedentarietà aumenta il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Infine, la familiarità per la patologia sembra giocare un ruolo importante: circa il 40% dei diabetici di tipo 2 ha parenti di primo grado (genitori o fratelli) affetti dalla stessa malattia.

Altri fattori di rischio per il diabete di tipo 2 sono rappresentati da:

  • fumo
  • ipertensione
  • basso colesterolo HDL
  • elevati livelli di trigliceridi
  • alta uricemia o gotta
  • basso peso alla nascita (meno di 2,5 kg)
  • elevato peso alla nascita (più di 4 kg)
  • per le donne, aver partorito un figlio di peso superiore a 4 kg o aver sofferto di diabete gestazionale in gravidanza.
diabete gestazionale
Fonte: Unsplash / Juan Encalada

Il diabete gestazionale

Il diabete gestazionale o diabete mellito gestazionale è una forma di diabete che si manifesta durante la gravidanza e in genere scompare subito dopo il parto. E’ caratterizzato da un aumento dei valori della glicemia e, se non diagnosticato e trattato, può portare a complicanze anche molto gravi per mamma e bambino.

Per la donna, il rischio principale è rappresentato dalla preeclampsia o gestosi, una condizione che provoca ipertensione e che può essere pericolosa sia per lei che per il neonato.

Il diabete gestazionale può anche compromettere il corretto sviluppo del feto, provocare malformazioni come la macrosomia (peso superiore ai 4 kg, che può rendere necessario indurre il parto o fare un cesareo) o problemi di salute come l’ipoglicemia o difficoltà respiratorie.

Inoltre, le donne che hanno sofferto di diabete gestazionale sono a rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 nel corso della vita, anche a distanza di tempo dal parto.

Come le altre forme di diabete mellito, anche il diabete gestazionale è spesso asintomatico e difficile da diagnosticare senza esami specifici per il controllo dei valori glicemici.

In alcuni casi, può causare sintomi come:

  • aumento della sete e della diuresi
  • perdita di peso
  • infezioni frequenti come la cistite
  • disturbi della vista.

Tra i fattori che possono aumentare il rischio di diabete gestazionale ci sono:

  • sovrappeso/obesità prima della gravidanza o forte aumento di peso nelle prime settimane di gravidanza
  • diabete gestazionale o macrosomia del neonato in una precedente gravidanza
  • familiarità con il diabete di tipo 2
  • età superiore ai 35 anni
  • sindrome dell’ovaio policistico.

Vuoi saperne di più sul diabete gestazionale? Leggi il nostro articolo “Diabete gestazionale: sintomi, dieta e rischi”.

Il diabete neonatale e il diabete da steroidi

Tra le altre tipologie di diabete ci sono il diabete neonatale e il diabete da steroidi.

Il diabete neonatale è una forma di diabete che esordisce entro i primi 6 mesi di vita ed ha origine genetica. Può essere asintomatico o avere tra i suoi sintomi iperglicemia persistente accertata oppure iperglicemia severa e chetoacidosi anche molto grave. Si associa di solito a basso peso alla nascita. Si manifesta in due forme cliniche: il Diabete Mellito Neonatale Permanente (DMNP) e il Diabete Mellito Neonatale Transitorio (DMNT). Il diabete neonatale transitorio va, di solito, in remissione entro 3 mesi dall’esordio, anche se i pazienti che hanno avuto una diagnosi di DMNT possono ripresentare iperglicemia, più frequentemente durante l’adolescenza.

diabete neonatale
Fonte: Unsplash / Peter Oslanec

Il diabete da steroidi, invece, è caratterizzato da un aumento anomalo della glicemia associato all’uso di farmaci corticosteroidei, come cortisone, prednisone, prednisolone, desametasone. Per questo viene considerato una forma di diabete secondario da farmaci. Può interessare pazienti con o senza una storia precedente di diabete: in quest’ultimo caso si parla di diabete indotto da steroidi di nuova insorgenza o NOSID (New onset steroid-induced diabetes).

Si stima che di diabete steroideo soffra circa il 10-20% dei pazienti trattati con questa terapia per lunghi periodi e ad alti dosaggi. La misurazione della glicemia a due ore dal pasto nel periodo di somministrazione di corticosteroidi è considerata il parametro diagnostico più affidabile. Se, infatti, spesso i valori della glicemia a digiuno restano normali, nei pazienti con diabete da steroidi la glicemia postprandiale appare elevata. L’origine del diabete steroideo è multifattoriale, ma sembra giocare un ruolo determinante il meccanismo di resistenza all’insulina indotto o accentuato da questa categoria di farmaci.

Diagnosi: come capire se soffri di diabete

Come capire se hai il diabete? Per saperlo devi sottoporti a specifici esami del sangue per la misurazione della glicemia. I test sono analoghi a quelli per la diagnosi del prediabete ma i valori del sangue che indicano diabete sono, naturalmente, diversi.

Il diabete, spiega la SID (Società Italiana di Diabetologia), è diagnosticato se:

  • l’emoglobina glicata (HbA1c) o glicosilata è uguale o superiore a 6.5%. Questo valore deve essere riscontrato ad un primo test e riconfermato con un prelievo successivo (almeno 3 mesi dopo)
    oppure
  • la glicemia a digiuno (FPG) è maggiore di 126 mg/dl (misurazione al mattino, dopo 8 ore di digiuno, in due giornate differenti)
    oppure
  • la glicemia è uguale o superiore a 200 mg/dl alla seconda ora dopo un carico orale di glucosio (in due circostanze)
    oppure
  • la glicemia è uguale o superiore a 200 mg/dl in un momento qualsiasi della giornata in presenza di disturbi tipici della malattia (basta una sola misurazione).

Se hai sintomi che ti fanno pensare che potresti soffrire di diabete, o casi di diabete in famiglia, rivolgiti al medico diabetologo o endocrinologo per approfondire la situazione con gli esami specifici.

E se ti hanno diagnosticato il diabete? Allora dovrai effettuare dei test periodici per il monitoraggio costante della glicemia. Vediamo quali sono e con quale frequenza farli.

L’automonitoraggio domiciliare della glicemia e il diario glicemico

In presenza di diabete, monitorare regolarmente i valori della glicemia è importantissimo per mantenerla sotto controllo, per verificare se la terapia sta funzionando e per fare, eventualmente, gli opportuni aggiustamenti.

In quest’ottica, una delle pratiche quotidiane fondamentali per chi ha il diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2, è l’automonitoraggio della glicemia.
Misurare la concentrazione di glucosio nel sangue permette infatti di tenere sotto controllo i valori glicemici e di assicurarsi che si mantengano sempre nella norma, cioè tra i 60 e i 99 mg/dl.

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Fonte: Unsplash / Diabetesmagazijn

Quando misurare la glicemia a casa

L’automonitoraggio domiciliare della glicemia dovrebbe essere effettuato ogni giorno al mattino, dopo circa 8 ore di digiuno. E’ consigliabile ripeterlo in diversi momenti della giornata per individuare eventuali scompensi metabolici e riferirli al medico, in modo da permettergli di perfezionare la terapia, se necessario. Gli orari più indicati per le misurazioni glicemiche domiciliari sono poco prima della colazione, del pranzo e della cena e circa 2 ore dopo l’inizio della colazione, del pranzo e della cena. E’ utile misurare la glicemia anche in presenza di disturbi che fanno ipotizzare un’ipoglicemia: nervosismo, tachicardia, debolezza, vuoto allo stomaco, tremore, sudore, vista confusa.

La glicemia può essere misurata facilmente a casa utilizzando il glucometro. E’ importante che il paziente compili un diario glicemico, che permette di registrare ogni giorno i valori della glicemia. Accanto a ora, data e valore glicemico, è bene annotare anche una serie di altre informazioni relative alla terapia (insulina o ipoglicemizzanti assunti) e alla dieta (per esempio, i carboidrati assunti), oltre ai controlli periodici effettuati.
Il diario glicemico può essere compilato in forma cartacea o digitale ed è uno strumento essenziale, da condividere con il medico, per avere un quadro puntuale dell’evoluzione della malattia e dell’efficacia della terapia.

I test di controllo del compenso metabolico

Oltre all’automonitoraggio glicemico domiciliare, ci sono altri esami di controllo dei valori della glicemia da fare periodicamente se si soffre di diabete:

  • dosaggio dell’emoglobina glicata (HbA1c) o glicosilata: è un esame che permette di monitorare l’andamento della glicemia nel corso degli ultimi tre mesi, quindi è consigliabile effettuarlo con cadenza trimestrale. Può essere eseguito a qualsiasi ora del giorno, non necessariamente a digiuno. I valori devono mantenersi al di sotto del 6%.
  • Test della glicosuria: permette di misurare il livello di glucosio presente nelle urine e, quindi, anche quello presente nel sangue. Quando nel sangue c’è troppo glucosio, infatti, i reni non riescono ad assorbirlo e lo eliminano proprio attraverso l’urina. Questo controllo è talvolta consigliato a chi ha il diabete e lo preferisce a quello sul sangue. Tuttavia, rileva solo i valori delle ore precedenti e non permette di ottenere un risultato altrettanto preciso sull’andamento della patologia.
  • Test della chetonuria. Questo esame di controllo è particolarmente importante per chi soffre di diabete di tipo 1, o diabete giovanile, perché permette di rilevare la presenza di chetoni nelle urine che possono essere la spia di una chetoacidosi diabetica. Questa condizione si verifica quando la quantità di insulina non è sufficiente a consentire un corretto utilizzo del glucosio da parte delle cellule, che di conseguenza sono costrette ad impiegare al suo posto i grassi. Il test della chetonuria dà modo di aggiustare la terapia per prevenire o correggere la chetoacidosi.
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Fonte: Unsplash / Jair Lazaro

Gli altri test di controllo da fare regolarmente se hai il diabete

In presenza di diabete è importante anche fare altri esami più generali, soprattutto per prevenire o tenere sotto controllo le complicanze di questa malattia, specie a carico di cuore, reni, occhi e articolazioni.

Tra questi ci sono:

  • controllo dell’assetto lipidico attraverso l’esame del colesterolo e dei trigliceridi: valori non nella norma rappresentano un fattore di rischio cardiovascolare.
  • Valutazione della funzionalità dei reni attraverso un controllo su microalbuminuria (presenza di tracce di albumina nelle urine), creatininemia (quantità di creatinina contenuta nel siero ematico), filtrato glomerulare (velocità con cui il sangue viene filtrato e ripulito dai reni).
  • Elettrocardiogramma per la valutazione dello stato di salute e della funzionalità del cuore.
  • Ecocolordoppler delle carotidi: è un esame di controllo delle arterie che portano sangue al cervello.
  • Ecocolordoppler delle arterie degli arti inferiori: permette di valutare la funzionalità delle vene delle gambe e di individuare eventuali ostruzioni (trombi).
  • Fluorangiografia e OCT (tomografia a coerenza ottica), esame del fondo dell’occhio o retinografia per escludere complicanze a carico degli occhi e in particolare della retina.
  • Ispezione dei piedi con valutazione dei riflessi osteo-tendinei e della sensibilità vibratoria, tattile, termica e dolorifica. Se possibile, dovrebbero essere eseguiti anche dei test di neuropatia autonomica per individuare disturbi a carico dei nervi autonomi (nervi periferici che regolano automaticamente, senza sforzo cosciente, i processi corporei).

A seconda del tipo di diabete e della presenza o meno di complicanze, il diabetologo o l’endocrinologo suggeriranno il giusto programma di screening e indicheranno le tempistiche più appropriate con cui eseguire i controlli periodici.

Il diabete insipido

A differenza del diabete mellito, il diabete insipido non è caratterizzato da un deficit di produzione di insulina o da un suo malfunzionamento. Si tratta, infatti, di una rara malattia metabolica causata da una mancata o insufficiente secrezione o da una ridotta sensibilità dei reni all’azione della vasopressina (Adh).

La vasopressina è un ormone antidiuretico, prodotto dall’ipotalamo e dall’ipofisi posteriore, che gioca un ruolo determinante nel regolare l’equilibrio idroelettrolitico dell’organismo. Agisce, infatti, a livello renale stimolando il riassorbimento dell’acqua e bilanciando il meccanismo della diuresi.

Quando questo equilibrio risulta alterato, si manifestano:

  • poliuria, ovvero eccessiva produzione di urine, fino a 10 litri al giorno
  • polidipsia, cioè aumento della sensazione di sete per compensare la poliuria.

Proprio la presenza di grandi quantità di urine molto diluite è ciò che ha portato alla definizione di diabete “insipido”, in contrapposizione al diabete mellito che è invece caratterizzato da urine dolci per l’iperglicemia, assente nel diabete insipido.

Il diabete insipido può essere la conseguenza di due condizioni:

  • mancata o insufficiente produzione di vasopressina: in questo caso si parla di diabete insipido centrale, Adh-sensibile o neurogenico
  • ridotta sensibilità dei reni a questo ormone: è una forma più rara di di diabete insipido, detta anche diabete insipido nefrogenico o Adh-insensibile.

All’origine del diabete insipido possono esserci cause congenite (per esempio malattie genetiche e malformazioni) o acquisite (traumi, interventi chirurgici, malattie renali croniche, ipopotassiemia, ipercalcemia).

La terapia varia a seconda della tipologia di diabete insipido di cui si soffre.

Vuoi saperne di più su questa malattia e su come riconoscerla, prevenirla e curarla? Leggi il nostro articolo “Diabete insipido, i sintomi e i possibili trattamenti”.

Terapie

Il diabete è una malattia cronica da cui non è possibile guarire e che deve, quindi, essere curata per tutta la vita. I farmaci, la dieta e l’attività fisica, insieme agli screening periodici, permettono comunque di convivere serenamente con questa patologia, tenendo la glicemia sotto controllo e minimizzando il rischio di complicanze. Sarà il diabetologo, sulla base del tipo di diabete da cui il paziente è affetto, dei suoi sintomi, del quadro clinico generale e delle eventuali complicanze, a modulare la terapia adattandola alle sue esigenze specifiche.

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Fonte: Unsplash / Towfiqu Barbhuiya

I farmaci per il trattamento del diabete

Il trattamento farmacologico del diabete varia a seconda del tipo di diabete di cui si soffre.

La terapia per il diabete di tipo 1: l’insulina

In presenza di diabete di tipo 1 o insulino-dipendente, la somministrazione quotidiana di insulina è indispensabile per ovviare alla mancanza di questo ormone, che il corpo non è in grado di produrre. Il trattamento prevede iniezioni di insulina sottocutanee che chi ha il diabete può fare da solo con siringa ad ago, penne per insulina o altri dispositivi.

Sono disponibili diversi tipi di insulina:

  • insulina ad azione rapida, che può essere utilizzata durante i pasti
  • ad azione intermedia
  • insulina ad azione prolungata: permette di mantenere stabili i livelli di glucosio nel sangue per lunghi periodi, per esempio durante il giorno o per tutta la notte.

La cura del diabete di tipo 2: gli ipoglicemizzanti orali

Anche la cura del diabete di tipo 2 può prevedere il ricorso all’insulina, che tuttavia non rappresenta l’unico approccio terapeutico. I trattamenti disponibili sono tanti e non ce n’è uno valido per tutti. La terapia individuale deve essere costruita dallo specialista tenendo conto della situazione clinica e delle caratteristiche personali del paziente.

Tra i trattamenti diversi dall’insulina ci sono i farmaci orali per la cura del diabete di tipo 2. Uno dei principali è la metformina, un antidiabetico che riduce la produzione di glucosio nel fegato e migliora la sensibilità del corpo all’insulina, che quindi può essere utilizzata efficacemente.

Tra gli altri ipoglicemizzanti orali ci sono anche:

  • le Sulfoniluree: una famiglia di farmaci che aumentano la quantità di insulina prodotta dal pancreas e la sua efficacia, ma hanno tra i loro effetti collaterali l’ipoglicemia.
  • I Glinidi: aumentano la secrezione di insulina e hanno un’azione più rapida, ma di minore durata, rispetto alle Sulfoniluree. Il rischio di ipoglicemia è più basso.
  • I Tiazolidindioni: sono una classe di farmaci con attività insulino-sensibilizzante, cioè in grado di aumentare la sensibilità all’insulina nei tessuti.

Esistono anche farmaci orali innovativi per il trattamento del diabete, tra cui:

  • gli analoghi del recettore GLP-1, un ormone gastrointestinale che stimola la secrezione insulinica. Questa classe di farmaci rallenta la digestione e aiuta a ridurre i livelli di zucchero nel sangue.
  • Gli inibitori del SGLT-2, che abbassano i livelli della glicemia aumentando l’eliminazione del glucosio attraverso le urine.

Scopri di più sui trattamenti per la cura del diabete nel nostro articolo “Farmaci per diabete: insulina, ipoglicemizzanti e terapie naturali”.

diabete dieta
Fonte: Unsplash / Wesual Click

La dieta per il diabete

Accanto alla terapia farmacologica, la dieta riveste un’importanza cruciale nel trattamento del diabete, per tre ragioni fondamentali. Permette di:

  • tenere sotto controllo la glicemia.
  • Controllare l’apporto di grassi per correggere la dislipidemia (elevato livello di lipidi, cioè colesterolo HDL e/o trigliceridi, o basso livello di colesterolo HDL), spesso associata al diabete di tipo 2.
  • Bilanciare correttamente l’apporto calorico per correggere sovrappeso e obesità. La riduzione del peso corporeo è un obiettivo chiave nella terapia del diabete perché favorisce il miglioramento del quadro metabolico e aiuta a ridurre i fattori di rischio cardiovascolare.

L’alimentazione, quindi, è un’alleata per gestire al meglio il diabete e prevenire le sue complicanze. Deve essere completa, varia, ben bilanciata e personalizzata sulle esigenze del paziente e sul suo quadro clinico e terapeutico.

I cibi che aiutano a controllare la glicemia

E’ importante che la dieta per il diabete sia ricca di tutti quegli alimenti che aiutano a tenere sotto controllo i valori della glicemia, prime fra tutte le fibre, che rallentano l’assorbimento degli zuccheri e, per questo, dovrebbero essere consumate ogni giorno. Sono presenti in abbondanza nei cereali integrali, nei legumi, in frutta e verdura come mele, arance, cicoria, carciofi, aglio e cipolla, che contengono soprattutto le fibre idrosolubili, particolarmente importanti per chi ha il diabete.

Allo stesso modo, è fondamentale fare attenzione ai cibi che possono contribuire a innalzare la glicemia. In questo senso è importantissimo il controllo degli zuccheri ai pasti.
E’ bene preferire i carboidrati complessi, di cui sono ricchi legumi, vegetali, cereali integrali e frutta, e limitare o eliminare gli zuccheri semplici. Dolci, marmellate, zucchero, miele sono sconsigliati. La frutta zuccherina, come banane, uva, fichi, cachi, deve essere consumata con moderazione, preferibilmente alla fine del pranzo o della cena invece che come spuntino.

L’indice glicemico (IG) e il carico glicemico

E’ molto importante prestare attenzione all’indice glicemico (IG) degli alimenti. Si tratta di un valore che esprime la rapidità con cui i cibi contenenti carboidrati fanno aumentare la concentrazione di glucosio nel sangue (glicemia).

L’indice glicemico varia da un cibo all’altro ed è influenzato da tanti fattori, per esempio il metodo di cottura di un alimento o il grado di maturazione di un frutto.
Un esempio? Pasta e riso, pur contenendo una quantità di zuccheri simile, hanno un indice glicemico diverso. L’IG della pasta è 61, quello del riso è 117 perché gli amidi dei chicchi si assorbono più facilmente. Se però il riso è integrale il valore dell’IG scende a 81.
Le patate, al forno e bollite, la polenta, le carote, le banane mature sono alimenti ad alto IG sconsigliati in presenza di diabete.

Occhio anche al carico glicemico, un parametro che definisce l’impatto sulla glicemia di un pasto glucidico. Questo valore tiene conto non solo dell’indice glicemico, ma anche della quantità di carboidrati ingeriti in quel pasto. Se, infatti, le porzioni sono abbondanti, anche alimenti con IG medio-basso possono far innalzare la glicemia.

In questo senso è importante rispettare le porzioni consigliate. Ma è altrettanto importante anche non ridurle né saltare i pasti, un’abitudine che può causare crisi ipoglicemiche, ovvero un brusco calo della glicemia.

Attenzione ai grassi

Infine, per controllare il peso e proteggere la salute cardiovascolare, attenzione ai grassi: sono da preferire quelli sani, come gli omega 3 contenuti nel pesce, e i grassi monoinsaturi e polinsaturi dell’olio extravergine di oliva.

Meglio, invece, limitare il più possibile i grassi saturi, che si trovano nei cibi e nei condimenti di origine animale (come margarina, burro, strutto). Allo stesso modo, sono da evitare i grassi trans, che possono essere presenti in snack dolci e salati e nei prodotti di origine industriale.

Quali alimenti portare in tavola, quindi, se si ha il diabete? Quali mangiare con moderazione? E come costruire pasti equilibrati?Scopri di più sulla dieta per il diabete nell’articolo “Cosa mangiare e quali cibi evitare quando si ha il diabete”. Troverai anche un menù di esempio per diabetici.

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Fonte: Unsplash / Sincerely Media

L’importanza dell’attività fisica con il diabete

Anche l’attività fisica è importante per chi soffre di diabete perché, come ricorda la Società Italiana di Diabetologia:

  • contribuisce a far perdere peso
  • fa consumare glucosio nei muscoli e, quindi, riduce la glicemia
  • migliora la sensibilità all’insulina, correggendo una delle cause del diabete
  • fa aumentare il colesterolo HDL (“buono”) e riduce la pressione arteriosa, migliorando i fattori di rischio di complicanze croniche.

Fare sport con il diabete, quindi, non è vietato ma, al contrario, incoraggiato. Come raccomanda la Fondazione Veronesi, l’esercizio fisico, specie quello aerobico, dovrebbe essere parte integrante del piano di trattamento del diabete, prevedendo ogni giorno almeno 30 minuti di camminata, o un’altra forma di esercizio fisico, per un totale di tre ore di movimento alla settimana.

Naturalmente, è importante praticare sport su indicazione e sotto stretto controllo del medico, che dovrà valutare che non ci siano controindicazioni o complicanze che lo sconsigliano. Inoltre, dato che l’attività muscolare fa abbassare la glicemia, mentre lo stress agonistico la fa aumentare, potrebbero rendersi necessarie modifiche sia della terapia (specie delle dosi di insulina) sia della dieta.

Insomma, come la terapia farmacologica, anche la dieta e l’attività sportiva devono essere modulate sulle necessità del paziente con l’aiuto di specialisti come il nutrizionista e il medico dello sport. L’approccio al diabete, per essere efficace, deve cioè essere multidisciplinare e cucito addosso al paziente.

Complicanze

Nel mondo, il diabete è la prima causa di cecità, la seconda causa di insufficienza renale terminale che rende necessaria la dialisi o il trapianto, la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori, una concausa di metà degli infarti e degli ictus. Sono alcuni dei dati, diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, che danno un quadro della natura e della gravità delle complicanze, acute o croniche, che il diabete può causare se non adeguatamente trattato.

Si tratta di una patologia che può arrivare a compromettere seriamente la funzionalità di molti organi e sistemi, arrivando a minare l’autosufficienza e l’autonomia di chi ne soffre. Per questo, in Italia, chi ha il diabete ha diritto ad una serie di aiuti e agevolazioni di carattere economico, previsti non solo per i diabetici ma per tutte le persone con un certo grado di invalidità. Tra questi, l’esenzione per le spese sanitarie e la pensione di invalidità civile, come stabilito dalla Legge n. 104/1992. Di queste agevolazioni parliamo in dettaglio nel nostro articolo “Bonus diabete INPS: cos’è e come fare domanda”.

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Fonte: Unsplash / Arteum Ro

Le principali conseguenze del diabete sulla salute

Ma quali sono le principali complicanze associate al diabete? Possono essere di diversa natura:

  • neurologiche: tra le conseguenze del diabete c’è la neuropatia, un’alterazione della funzionalità del sistema nervoso centrale e periferico. Questa problematica causa deficit sensitivi, motori, visivi e acustici.
  • Renali: tra i danni più gravi c’è la nefropatia, una delle più comuni cause di insufficienza renale terminale nei soggetti diabetici. In casi estremi, questa complicanza può portare alla dialisi.
  • Oculari: la complicanza più comune è la retinopatia diabetica. Tra i suoi sintomi ci sono offuscamento e peggioramento della vista, difficoltà a percepire i colori, cecità.
  • Cardio-cerebrovascolari: il diabete può causare infarto miocardico, cardiopatia ischemica, ictus cerebrale.
  • Piede diabetico: si tratta di una condizione caratterizzata da infezione, ulcerazione e/o distruzione di tessuti profondi del piede. E’ legata ad altre due complicanze del diabete a carico degli arti inferiori, la neuropatia e la vasculopatia periferica (alterazioni delle arterie periferiche). E’ una delle complicanze croniche e più temibili del diabete, che nei casi peggiori può rendere necessaria l’amputazione dell’arto o di una parte di esso.

Per proteggersi da queste complicanze dalle conseguenze invalidanti o addirittura fatali, è importante diagnosticare tempestivamente il diabete con gli opportuni screening e impostare subito la terapia più adeguata. Una raccomandazione che vale soprattutto in presenza di fattori di rischio (familiarità, sovrappeso) o di sintomi sospetti.
Altrettanto importante è prevenire il diabete con un’alimentazione sana, un’attività fisica regolare e un controllo periodico della glicemia, anche nelle persone asintomatiche.

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