Felicità: e se fossimo tutti degli irresponsabili?

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Ci capita spesso di puntare il dito contro gli altri, ritenendoli responsabili del nostro malumore, della nostra insoddisfazione e di tutte quelle piccole angosce che ci rovinano la giornata. Indubbiamente il comportamento di chi ci sta intorno influisce sul nostro stato d'animo. Dovremmo tenerne conto quando ci circondiamo di persone che tendono a vittimizzarsi e ad evidenziare gli aspetti negativi di ogni situazione.

È anche vero, però, che spesso non ci assumiamo le nostre responsabilità quando siamo infelici. Quante volte, ad esempio, perseveriamo in atteggiamenti che ci fanno del male o ci sforziamo di ricevere consenso da chi non ci tiene abbastanza in considerazione? Magari trascuriamo i nostri amici, quelle passioni che ci colmano di entusiasmo, per occupare il nostro tempo a preoccuparci di quello che pensano gli altri di noi, di come capovolgere l'impressione sbagliata che si son fatti di noi.

Il professor Raj Raghunathan, editorialista del Journal of Consumer Psychology, ci suggerisce di iniziare ad assumerci la responsabilità della nostra felicità. Partiamo dal fatto che i nostri rapporti con gli altri sono volubili, suscettibili di cambiamenti repentini. Quello che possono offrirci è una felicità altrettanto precaria. La chiave allora è non aspettare che siano gli altri a renderci felici, non affidargli completamente le redini del nostro stato d'animo, prenderle noi e condurre il gioco.

Assumerci la responsabilità della nostra felicità significa sforzarci di capire come possiamo essere felici, malgrado gli altri e malgrado quello che ci capita intorno. Non è facile: qualsiasi guida in tre mosse per essere felici non può esserci di grande aiuto. Si tratta quasi sempre di consigli troppo generici, per quanto siano comunque spunti utili. La felicità è un percorso individuale profondo, fatto delle emozioni positive, del benessere e dell'equilibrio che riusciamo a raggiungere grazie alle nostre risorse, alle nostre passioni ed al contesto in cui avviamo questo cammino, più o meno irto di ostacoli.

Per essere felici, spiega Raghunathan, dobbiamo convincerci che la felicità dipende più dalla nostra attitudine verso la vita che da quello che fanno o pensano gli altri. Milton scriveva che la nostra mente può rendere l'inferno un paradiso ed il paradiso un inferno. Non è quello che ci capita o il comportamento di qualcun altro a renderci infelici, è la nostra interpretazione di quell'evento, l'importanza che gli attribuiamo.

Possiamo controllare le nostre emozioni quando qualcosa non va per il verso giusto. Spesso la nostra rabbia e la nostra frustrazione nascono dalla convinzione, errata, che se qualcosa va storto o qualcuno ci crea dei problemi, siamo destinati necessariamente ad essere di cattivo umore tutto il giorno, ad intristirci ed a dover aspettare che passi prima di tornare a sorridere.

Possiamo accelerare questo passaggio, imparando a considerare gli eventi negativi come parte integrante del percorso, non come imprevisti. Dobbiamo accettare che non possiamo controllare il comportamento degli altri. Se il nostro capo è nervoso e ci tratta male, perché dovremmo adottare lo stesso stato d'animo? Non siamo noi ad essere tesi in quel momento. Affidare agli altri il nostro equilibrio non è la strada giusta per mantenerlo a lungo, perché noi siamo responsabili e possiamo modificare solo il nostro di atteggiamento. Concentriamoci sulle responsabilità che abbiamo nei nostri confronti. Nessuno può davvero riuscire a metterci di cattivo umore ed a renderci infelici se noi non glielo permettiamo.

Foto | Flickr

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