Meditazioni sulle Verità della Scienza nell’era dei consumi – Ridere fa bene, piangere… pure!

Meditazioni sulle Verità della Scienza nell’era dei consumi – Ridere fa bene, piangere… pure!

Pare che la scienza abbia scoperto le emozioni. Pare, più nello specifico, che si sia scoperto che le emozioni fanno bene. Questo è quanto si ricava ad esempio da oltre un decennio di ricerche che riportano in modo sempre più dettagliato tutti gli effetti benefici della risata. Non finiscono di stupirci i dati che rilevano […]

Pare che la scienza abbia scoperto le emozioni. Pare, più nello specifico, che si sia scoperto che le emozioni fanno bene.

Questo è quanto si ricava ad esempio da oltre un decennio di ricerche che riportano in modo sempre più dettagliato tutti gli effetti benefici della risata. Non finiscono di stupirci i dati che rilevano positive variazioni indotte dalle risate su una serie di parametri fisiologici quali la pressione e l’ossigenazione del sangue, la biochimica e il bilancio neuro-endocrino, la risposta immunitaria, il tono muscolare, e via dicendo. Così, in barba a quel retaggio razionalista e un po’ bacchettone che deprecava il riso come una prerogativa degli stolti, la risata è assurta allo status di medicina naturale. Ne è conseguita un’ampia diffusione di tecniche di risata-terapia (gelotologia), di centri specializzati in riso-yoga, e iniziative similari.

Ora, una volta assodato che ridere fa bene, ci si può aspettare che, di converso, piangere faccia male alla salute, come dire: se il riso fa buon sangue, il pianto farà il sangue amaro. E invece no: piangere, sempre secondo recenti ricerche, fa altrettanto bene. Innanzitutto, si è dimostrato scientificamente che dopo aver pianto ci si sente meglio. A seguire, sta iniziando la raccolta delle prove di un influsso benefico del pianto sui parametri fisiolgici di cui sopra; tempo qualche anno e l’elenco sarà completo di endorfine, millimetri di mercurio, millimoli di ossigeno, gammaglobuline etc. Ad ogni buon conto, i ricercatori gi� ipotizzano l’opportunità di istituire delle tecniche per stimolare il pianto.

Chi pensa che il business della pianto-terapia sia meno promettente di quello della riso-terapia, faccia caso alle trasmissioni televisive: quelle basate sulle lacrime sono altrettanto diffuse di quelle che fanno ridere.

Queste, in sintesi, le risposte della scienza: ma la domanda iniziale qual era? (E si badi bene che nel gioco della scienza sono le domande che contano, non le risposte. Fornire soluzioni di pronto consumo è un’altra cosa: è marketing). Nel caso della ricerca sull’espressione delle emozioni, la domanda dovrebbe essere: “a cosa servono le emozioni?”. Incidentalmente, è proprio questa la domanda con la quale Charles Darwin ha inaugurato questo filone di ricerca nel 1872 (“l’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”). Nell’idea di Darwin, le cose che servono sono quelle che aumentano la probabilità di sopravvivenza. A dirla tutta, secondo Darwin il corso dell’evoluzione è cieco al nostro benessere in quanto tale. Ad esempio, piangere pare che faccia bene alla pelle; questo è un incentivo spendibile per un centro benessere che vuole promuovere un ciclo di pianto-terapia, ma è difficilmente sostenibile l’ipotesi che il pianto esista per farci avere una pelle più bella. Ben diverso è notare che che esiste una fisiologia delle emozioni, che ciascuna segue un suo corso che prevede una componente espressiva, e che il tentativo di reprimerle possa nuocere alla salute. Però, concludere che possediamo un repertorio emozionale per produrre endorfine o per aumentare l’ossigeno nel sangue equivale a confondere il mezzo col fine.

Secondo me, quando scopriamo che ridere fa bene e piangere anche, portiamo alla luce una domanda implicita in base alla quale siamo tentati di interpretare i risultati delle ricerche sulle emozioni: fanno bene o fanno male? E questa è una domanda mal posta. Perchè mai ci serve una dimostrazione scientifica del fatto che le emozioni fanno bene? A un certo punto nella storia dell’umanità, qualcuno deve aver suggerito l’idea che nelle emozioni vi fosse qualcosa, se non proprio di sbagliato, quantomeno di sconveniente. Che le emozioni fossero un male, prima ancora che fare male. Che nella loro espressione si sveli la nostra connessione con il mondo infero delle passioni e degli istinti, che ci accomuna alle bestie. Ma a noi piace pensare di essere meravigliosamente unici e speciali. Ci piace crogiolarci nell’idea che Dio o Madre Natura ci abbiano dotati di prerogative che ci pongono al vertice dell’universo. A questo scopo, possiamo rivolgerci alla ragione, peculiarità squisitamente umana, e imboccare la strada del dominio delle passioni. Ma è proprio qui che nasce il bisogno di ricorrere alla scienza per sdoganare le emozioni. Tuttavia, per passare la dogana c’è un prezzo da pagare. Ecco, dire che le emozioni fanno bene è un modo per restituire loro legittimità, rimanendo al contempo protetti da una concezione idealizzata della natura umana.

Niente di male, direte voi. Beh, non proprio. Questa posizione di apertura nei confronti delle emozioni dovrebbe inaugurare un lavoro esaustivo di ricerca del loro significato: per l’individuo, a livello di relazioni interpersonali, nella cultura, in termini di specie. Invece, si rischia di tendere ad incoraggiare la libera espressione delle emozioni in modo fine a sè stesso, direi quasi ideologico. Si rischia ora, dopo averle bandite, di svendere e svalutare le emozioni. Ben venga l’incoraggiamento ad esprimere liberamente le emozioni, purchè sia il primo passo verso una esplorazione del loro significato. Questo vale anche nel contesto della psicoterapia; ai pazienti non giova di per sè ridere, piangere, arrabbiarsi o sentirsi in colpa. Senz’altro, la legittimazione delle emozioni è un requisito base del lavoro terapeutico. Ma lo scopo della terapia è favorire, attraverso la relazione terapeutica, il riconoscimento delle emozioni, inteso come l’attribuzione di un nome e di un senso ad esse.

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