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Utero in affitto, per Strasburgo gli interessi del bambino vengono prima del legame biologico

Utero in affitto, per Strasburgo gli interessi del bambino vengono prima del legame biologico

Il parere è stato espresso riguardo al caso di una coppia italiana, che salvo ulteriori sviluppi dovrà essere risarcita dallo Stato

Cosa ci rende figli dei nostri genitori? Secondo la Corte dei diritti umani di Strasburgo non un puro legame biologico. La Corte lo ha ribadito in una sentenza che riguarda l’Italia e il caso di una coppia spostata che è ricorsa a una madre surrogata russa – in altre parole, a un “utero in affitto” – per avere un bambino che gli è stato poi sottratto dalle autorità.

In particolare

si legge nel parere espresso proprio oggi, 27 gennaio,

la Corte ha rilevato che le considerazioni di politica pubblica alla base delle decisioni delle autorità italiane – che i richiedenti [la coppia, ndr] abbiano cercato di aggirare il divieto vigente in Italia di ricorrere ad accordi di maternità surrogata e le norme che regolano l’adozione internazionale – non possono avere precedenza sui migliori interessi per il bambino, nonostante l’assenza di qualsiasi legame biologico e il breve periodo di tempo durante il quale i richiedenti si sono presi cura di lui. Ribadendo che l’allontanamento di un bambino dall’ambiente familiare è una misura estrema che può essere giustificata solo in caso di immediato pericolo per il bambino, la Corte ritiene che, nel suddetto caso, le condizioni per giustificare l’allontanamento non sussistessero.

Il parere non è ancora definitivo. Nei prossimi 3 mesi le parti in causa hanno infatti la possibilità di appellarsi alla Grande Camera della Corte. Se tutto dovesse però rimanere immutato l’Italia dovrà risarcire la coppia con 30 mila euro, di cui 20 mila per danni non economici e 10 mila per spese e costi sostenuti. Lo Stato non sarà invece obbligato a far tornare il bambino presso la coppia perché, si legge nel parere,

avrà senza dubbio creato legami emotivi con la famiglia adottiva con cui vive dal 2013.

La vicenda

Il caso riguarda una coppia italiana che dopo aver tentato senza successo di avere un figlio con la fecondazione assistita ha tentato la strada dell’utero in affitto rivolgendosi a un’agenzia russa. In seguito all’ottenimento dei documenti necessari dal consolato italiano a Mosca, nel mese di aprile 2011 i due sono tornati in Italia con un bambino nato nel febbraio precedente, ma nel momento in cui si sono recati in comune per registrarlo all’anagrafe lo stesso consolato ha informato le autorità che alcune informazioni riguardanti la nascita del bambino erano false.

E’ proprio qui che hanno inizio le vicende giudiziarie; quando un test del Dna ha svelato che nemmeno l’uomo era padre del bambino la corte dei minori ha deciso di allontanare il piccolo dalla famiglia, adducendo come motivazioni l’assenza di un legame biologico e i dubbi sulle capacità genitoriali della coppia, nonostante quest’ultima fosse risultata idonea all’adozione già nel 2006. Nel gennaio 2013 il bambino è stato affidato a un’altra coppia.

Ricostruendo la vicenda la Corte dei diritti umani fa notare che il provvedimento di allontanamento del bambino ordinato delle autorità italiane ha avuto come unico scopo mettere fine a una situazione di illegalità.

Hanno concluso che contattando un’agenzia russa e portando in Italia un bambino spacciandolo come loro figlio la Signora XXX e il Signor YYY hanno tentato di aggirare il divieto vigente in Italia di utilizzare la maternità surrogata e le norme che governano l’adozione internazionale

si legge nel parere, che prosegue:

Secondo le autorità italiane, questa situazione è stata il risultato di una volontà narcisistica o del desiderio di risolvere problemi nella loro relazione, il che getterebbe dubbi sulle loro capacità emotive e di crescere un bambino.

Tuttavia, il riferimento all’ordine pubblico non può dare carta bianca a qualsiasi provvedimento, dato che lo Stato deve prendere in considerazione i migliori interessi del bambino, indipendentemente dal legame genitoriale, genetico o di qualunque altro tipo. La Corte ribadisce che l’allontanamento di un bambino dall’ambiente familiare è stata una misura estrema che può essere giustificata solo in caso di immediato pericolo per il bambino. La soglia stabilita a tal proposito è stata in questo caso molto alta.

Via | ECHR

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