Angelina Jolie e la mastectomia bilaterale: voce all'esperto

Rinuciare al proprio seno per la paura di un cancro è la scelta migliore che si potrebbe fare? Umberto Veronesi commenta la decisione presa non solo dalla Jolie, ma anche da altre donne

angelina jolie tumore al seno

La notizia risale a ieri, quando Angelina Jolie ha raccontato al New York Times di aver scelto di rinuciare ad entrambi i seni, asportati con un intervento di mastectomia bilaterale, dopo aver scoperto di essere portatrice di una mutazione – quella nel gene Brca1 – che aumenta la probabilità di sviluppare la forma di tumore al seno che ha causato il decesso della madre, scomparsa prematuramente all'età di 56 anni dopo una battaglia contro il tumore durata per quasi un decennio. In sole 24 ore il suo racconto è diventato un vero e proprio caso mediatico: la scelta dell'attrice è leggittima? O si tratta di una reazione esagerata dettata da una paura afforntabile anche in modo meno drastico?

Già in passato abbiamo avuto modo di parlarne. La Jolie non è, infatti, l'unico personaggio famoso ad aver fatto questa scelta: nello scorso mese di novembre vi abbiamo raccontato l'esperienza di Sharon Osbourne, moglie del leader dei Black Sabbath, Ozzy, che si è sottoposta allo stesso intervento spinta dalla paura di dover nuovamente lottare contro un cancro dopo averne già sconfitto uno al colon. Proprio in quell'occasione avevamo sottolineato come la comunità scientifica internazionale sia ancora divisa sulla reale opportunità di sottoporsi sia a questo intervento – che prevede l'aportazione di entrambi i seni – sia a quello di mastectomia controlaterale - l’asportazione del seno sano in chi ha sconfitto un cancro all’altra mammella, riportando l'opinione a tal proposito di Umberto Veronesi, direttore scientifico dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano:

la mastectomia preventiva, cioè l’intervento chirurgico per l’eliminazione delle mammelle, se anche riduce quasi a zero il rischio di ammalarsi, è una profilassi aggressiva. Inoltre, rappresenta concettualmente un passo indietro rispetto alla filosofia della chirurgia oncologica moderna, che tende invece a conservare il più possibile. (…) Oggi, se il tumore viene individuato in fase molto iniziale la percentuale di guarigione è intorno al 98% dei casi.

Ieri Veronesi, intervistato da Marie Claire, ha ribadito la sua posizione, spiegando che

con le mutazioni dei geni Brca1 e 2 non si eredita la malattia, ma la predisposizione ad ammalarsi

e che

secondo recenti studi quasi la metà delle donne portatrici ha buone probabilità che il tumore non si sviluppi.

Secondo l'oncologo

l'ansia femminile non va mai sottovalutata

ma ciò che una donna dovrebbe sapere “per una scelta davvero consapevole” è che

oggi grazie ai progressi della diagnosi precoce - vedi ecografia più risonanza magnetica ogni sei mesi - si individuano tumori così piccoli da poter salvaguardare l'integrità corporea, oltre che la salute. Questa strategia "vigile" è indiscutibilmente la migliore dal nostro punto di vista.

Prevenzione sì, ma non al 100%

Veronesi ha sottolineato anche un'altra problematica associata a scelte preventive di questo tipo: la mastectomia bilaterale non elimina del tutto il rischio di sviluppare un tumore alla mammella, ma lo riduce al 5%.

Un problema in più

spiega Veronesi

perché il tumore può diventare più difficile da scoprire e gestire.

L'esperto apre, però, le speranze nei confronti di altri approcci. Esperimenti condotti su nuovi farmaci, come quelli a base di vitamina A, hanno già svelato la loro capacità di prevenire la comparsa di un nuovo tumore alla mammella nelle donne che ne hanno già sofferto. Il prossimo passo di Veronesi e colleghi sarà verificare se nelle portarici di mutazioni in Brca1 o nell'altro gene associato al cancro al seno, Brca2, queste molecole riescono a riportare il rischio nella norma.

Via | Marie Claire

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