Meditazioni sulle Verità della Scienza nell'era dei consumi - il tradimento

Una premessa. Si sente spesso dire che le cifre parlano da sole. Non è vero, e men che meno in statistica. I dati statistici non hanno alcun significato di per sé. Sono le ipotesi che danno senso ai numeri delle statistiche. Sulla base delle ipotesi si decide quali informazioni raccogliere e in che modo. E sempre in base all'ipotesi si sceglie come "leggere" (cioè interpretare) i numeri. Le cose intorno a noi non hanno un significato di per sé: siamo noi che diamo senso alla realtà.

Sulla base di questa premessa, il mio primo sintetico commento ai dati presentati nell'articolo sulle scappatelle è che non hanno senso. Innanzitutto, perchè non si capisce chi ha raccolto questi numeri, su quale campione, in che modo, etc. etc. Per cui i dati non sono "leggibili".

Ma, cosa più grave, se non ci si lascia ingannare dal trucco ipnotico dei numeri che parlano da soli, si coglie l'intenzione di proporre un'idea preconfezionata appoggiandosi su qualche numero messo lì ad arte. L'idea preconfezionata è quella generica di una dissoluzione della morale: o tempora o mores. Nient'altro che il caposaldo universale del pensiero conservatore, presente in ogni epoca e in ogni parte del mondo. Nello specifico, il concetto è applicato alla fedeltà coniugale, e l'idea è che questo importate valore al giorno d'oggi si sia andato dissolvendo. Ipotesi legittima, per quanto un po' generica, ma che comunque dovrebbe essere il punto di partenza per un procedimento che, attraverso la raccolta dei dati, possa portare a una ragionevole conferma o a una smentita della stessa. Qui invece le ipotesi sembra che vengano dopo, sotto forma di spiegazioni possibili per un dato di fatto considerato assodato: il tradimento è stato sdoganato. Siamo un popolo di infedeli senza più il senso di colpa, che utilizza il tradimento come un antistress e/o un antidepressivo. Che poi, se fosse vero, verrebbe da chiedersi: e non è una buona notizia?

Ma è davvero così? E soprattutto, i dati presentati lo dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio? Se ci concentriamo sui dati, ci accorgiamo che sono ben poche le prove che l'articolo ci fornisce.

Il primo dato è che le coppie fedeli sono circa il 30%, mentre le infedeli sono circa il 70%. Quindi è dimostrato: prevalgono gli infedeli. Prima di tutto, parlare di coppie fedeli-infedeli non ha senso; bisogna parlare di individui. Altrimenti, poniamo che mia moglie mi tradisca: vengo contato anche io come coppia infedele? Se ogni volta che in una coppia c'è un caso di infedeltà la coppia viene contata come infedele, ci sono 3 possibilità su 4 di finire in questa categoria e 1 sola possibilità di risultare come coppia fedele. Quindi il 30% sarebbe un ottimo risultato a favore della fedeltà. In effetti, non ci viene detto granché su come vengono contati i punti, il che è un dettaglio non irrilevante. Conta come infedeltà solo un rapporto sessuale completo o vale anche un bacio (e, in caso affermativo, con o senza la lingua)? Si contano come tradimenti anche relazioni virtuali, seduzioni a base di telefonate, SMS ed email? Anche se non volessimo sottilizzare su cosa considerare un tradimento, e prendessimo per buone le percentuali fornite, ci resterebbe un dubbio ancora più esiziale: ma questa proporzione 70-30% è tanto o poco? E' più o meno di quello che si riscontra ad esempio in Giappone o in Congo o alle isole Samoa? Ed è più o meno di quello che avremmo trovato qui da noi ad esempio negli anni '20 di questo secolo o nella Venezia settecentesca di Casanova o ai tempi di Caligola e Messalina?

Se procediamo ad analizzare più nel dettaglio i dati, guardando i sub-target, invece di chiarirci le idee ci confondiamo ancora di più. Ad esempio, gli uomini tradiscono più delle donne. Questa cos'è, una legge di natura? In tal caso dovrebbe essere una invariante, costante in ogni luogo e in ogni tempo. O dipende dall'esistenza di una doppia morale? Allora il quadro non sembra molto diverso dal passato. O è una questione contingente, del tipo che gli uomini hanno più frequentazioni sociali e quindi maggiori occasioni? Non ci è dato di saperlo, e non c'è modo di stabilire alcun nesso logico tra questo dato e l'ipotesi che siamo diventati tutti dei traditori disinvolti ed amorali. Altro esempio: in città si tradisce più che in campagna. Anche in questo caso possiamo formulare diverse ipotesi, tutte plausibili e nessuna dimostrabile sulla sola base del dato descrittivo. Se ci piace, possiamo preferire la spiegazione che in città la degenerazione dei costumi avanza più rapidamente, mentre la campagna rimane un caposaldo degli antichi valori di una volta. Perché no. Ma non lo dicono i numeri, lo diciamo noi: è un nostro pregiudizio, appeso a una percentuale.

Passiamo ai dati relativi ai tempi ed ai luoghi del tradimento. Scopriamo, ad esempio, che l'estate è diventata la stagione dei tradimenti: ma non lo è sempre stata? Dov'è la novità, in cosa le nostre abitudini di traditori si sono trasformate rispetto al passato? Goethe era convinto che gli Italiani fossero socievoli e un po' promiscui perché vivevano in un Paese dove il clima favoriva la vita all'aperto, gli incontri, e gli scambi sociali. Niente di nuovo sotto al sole, è proprio il caso di dirlo. Osservare poi che i tradimenti oggi avvengono soprattutto sul lavoro e nella pausa pranzo, secondo l'articolo, è un indizio di una modalità di tradimento mordi-e-fuggi, tipica del nostro stile di vita. Sbagliato. L'ufficio e la pausa pranzo sono tipiche del nostro modo di vivere, così come la vita errante nei pascoli e il pane e formaggio erano (e sono) tipici della pastorizia. Il tradimento, come ogni fatto della vita, si incastra necessariamente nel modo di vivere. Il tradimento avviene lì perché è lì che la gente vive, ed è lì che si creano le occasioni: e dove altro dovrebbe avvenire? Se la ricerca si concentrasse sui postini, presumibilmente si scoprirebbe che i tradimenti avvengono in casa della gente, e in orari in cui è presente solo uno dei due coniugi. (Quanto alle occasioni di infedeltà più o meno estemporanea offerte dalla pastorizia, preferiamo non entrare nel merito).

Più volte l'articolo allude ad una prevalenza delle scappatelle, cioè dei tradimenti occasionali, sulle relazioni extraconiugali durature. Una questione che, laddove meglio documentata, meriterebbe considerazione ed approfondimenti. Ma non si presentano numeri a questo proposito. Peccato, perché la parola tradimento certamente può riferirsi a rapporti molto diversi tra loro. Un bacio rubato, una "sveltina" nel buio di una discoteca, un occasionale appuntamento al buio preso su Internet, un intenso scambio epistolare (cartaceo o elettronico poco importa) a distanza tra sconosciuti, un incontro fissato con cadenza settimanale in un motel che si protrae per mesi o per anni, una consuetudine di relazione che pian piano diventa un secondo matrimonio. Sono solo alcuni tra i possibili esempi di tradimento. Accomunati unicamente dalla rottura unilaterale del patto di fedeltà di una coppia. Se ci fossero i numeri per sostenere l'ipotesi che il di tradimento oggi è qualitativamente diverso dal passato, o che gli Italiani tradiscono in modo diverso da altri popoli, saremmo di fronte ad un fenomeno interessante da discutere e da studiare.

La percentuale più eclatante di tutto l'articolo è quella che attesta il senso di colpa ad un misero 10%. Conclusione: le persone si tradiscono, si sa; forse più di una volta o forse in uguale misura; forse allo stesso modo o forse in modo diverso; ma quel che è certo è che e non ci si sente nemmeno più in colpa, tranne un residuale 10%. Ora, tanto per cominciare, io vorrei sapere come si fa a misurare il senso di colpa delle persone. Si domanda: "scusi lei si sente in colpa?"; oppure: "da 1 a 10, lei quanto si è sentito in colpa?". In psicologia sociale è noto il fenomeno secondo il quale tutti noi tendiamo a rendere conto di ciò che facciamo, ad ogni costo: la coerenza innanzitutto. Se fate un esperimento in cui domandate a qualcuno di prendere le parti di un serial killer in una discussione, scoprirete che alla fine della discussione la sua opinione sul serial killer è diventata meno severa. Figuriamoci con le proprie scappatelle. Per non parlare del fatto che qualcuno può considerare un vanto il fatto di avere delle avventure, anche se in realtà non le ha. E non mi si venga a dire che questa è una novità di oggi. Viceversa, chi ha commesso un tradimento ed è a disagio non è portato a confessare ciò che ha fatto.

E poi, perché si parla della colpa legata al tradimento e non della vergogna? Pensateci, nel confessare ad un intervistatore i propri tradimenti l'emozione appropriata dovrebbe essere la vergogna e non la colpa. Propongo un altro esperimento, a mio avviso più attendibile; prendiamo 100 soggetti colti in flagranza di tradimento, domandiamo loro se si vergognano, e prendiamo nota non soltanto delle risposte, ma anche dei segnali non verbali della vergogna (rossore, deviazione dello guardo verso il basso, abbassamento del capo). Scommetto di tasca mia che la percentuale sale ben al di sopra del 10%. E anche se, infine, l'ipotesi che colpa e vergogna sono diminuite rispetto al passato si dimostrasse corretta, il fenomeno resta tutto da spiegare. Così come andrebbero studiate le relazioni esistenti tra il cambiamento nel vissuto emotivo, l'eventuale cambiamento nel modo di considerare il tradimento, e l'eventuale cambiamento nella quantità e nella tipologia dei comportamenti di tradimento. Se tiriamo in ballo le emozioni, la comprensione di un fenomeno così complesso deve necessariamente tenere conto dell'intreccio tra emozioni, pensieri e comportamenti. Dire che ci si sente meno in colpa e quindi si tradisce di più è una iper-semplificazione indebita.

Sempre parlando di emozioni, non ho capito su che base si sostenga che il tradimento è diventato un antidepressivo o un antistress. Innanzitutto, stress e depressione non sono la stessa cosa. Secondo poi, volendo considerare l'effetto anti-depressivo, non c'è ragione per cui l'effetto debba valere oggi e non, ad esempio, ai tempi di Madame Bovary. Come facciamo ad attribuirci il merito della scoperta delle proprietà antidepressive del tradimento? Che il corteggiamento, la seduzione e il sesso facciano bene all'umore è una verità universale, generica e persino banale.

L'ultima affermazione di rilievo che si rintraccia nell'articolo è che al giorno d'oggi i tradimenti non mettono in crisi gli equilibri familiari. Il che equivale a sostenere che ormai il tradimento è accettato. Viene anche citato l'esempio della legge che puniva l'adulterio (solo della donna), per dire che il tradimento ormai è stato depenalizzato. A me risulta che la morale cattolica da sempre incoraggi il perdono per il tradimento, e che l'unità della famiglia sia sempre stata considerata un valore da preservare ad ogni costo. Se per la Chiesa il matrimonio non consumato può essere annullato, il tradimento va perdonato, taciuto, dimenticato. In un paese cattolico, dove il divorzio esiste da meno di 40 anni, che il 40% delle separazioni oggi sia imputabile ad un tradimento suggerisce casomai quanto venga preso sul serio un tale evento.

Tutto questo, senza nemmeno accennare alla questione di fondo, se sia legittimo considerare il tradimento non già come una cosa più o meno casuale che capita ad uno dei due membri di una coppia, ma come un evento significativo che riguarda la coppia. Senza chiedersi in che misura un tradimento può essere parte di un equilibrio di coppia o viceversa può contribuire a mettere i crisi l'equilibrio e promuovere un cambiamento.

Ma da qui in poi il discorso si complica. Se usciamo dal seminato, se non ci accontentiamo dell'idea che le scappatelle ridotte alla stregua di pillole antidepressive siano un segno dei nostri tempi moderni corrotti e decadenti, dobbiamo fronteggiare la complessità del fenomeno tradimento, nelle sue dimensioni psicologiche, relazionali e socio-culturali. Dobbiamo mettere insieme il generale e il particolare, cercare le invarianze e distinguere i casi specifici. Solo allora smetteremo di accontentarci delle risposte (quelle sì) mordi-e-fuggi o usa-e-getta, che dir si voglia. Solo allora cominceremo a porci delle buone domande sul fenomeno del tradimento, restituendogli la dignità di una prerogativa umana.

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