Psicologia, cos'è e come contrastare la sindrome di Hikikomori

Cosa è la sindrome di Hikikomori, come riconoscerla e qual è il miglior trattamento?

La sindrome di Hikikomori è una condizione che porta il soggetto a volersi isolare completamente dal mondo esterno, preferendo trascorrere piuttosto le sue giornate rintanato nella sua camera, dormendo per gran parte della giornata e giocando ai videogiochi, con il computer, o guardando la televisione durante la notte (con una conseguente alterazione dei ritmi circadiani). Il nome di questa sindrome deriva dalla lingua giapponese, e significa appunto “stare in disparte, isolarsi”. Si tratta di un fenomeno registrato inizialmente in Giappone, e caratterizzato da una tendenza alla letargia, una incomunicabilità fra il soggetto e le altre persone (compresi i membri della propria famiglia) e un isolamento totale dal mondo esterno.

Il ritiro dalla realtà da parte di un hikikomori (termine con cui viene definita sia la sindrome che chi ne soffre) avviene in maniera graduale e si protrae per un periodo di almeno sei mesi. Inizialmente il soggetto comincerà ad allontanarsi dagli amici e da tutto ciò che fino a poco tempo prima lo coinvolgeva. Il soggetto apparirà inoltre timido, insicuro e tenderà a parlare sempre meno.

sindrome di Hikikomori

Le cause di questo disturbo sono ancora da definire. Si sono fatte molte ipotesi in merito a quali possano essere le ragioni che portano un adolescente ad allontanarsi completamente dalla realtà. Fra le possibili cause si segnalano il bullismo, le eccessive aspettative da parte dei genitori verso i figli (tema molto sentito in Giappone, dove le pressioni sugli studenti sono già molti forti sin dall’infanzia), la volontà di ribellarsi alle gerarchie, l’eccessiva tecnologia che investe le nostre vite e così via.

Il trattamento della sindrome di Hikikomori può essere intrapreso mediante un approccio medico-psichiatrico, quindi trattando il problema come un vero e proprio disordine mentale, prevedendo quindi, oltre alla psicoterapia, anche l’uso di psicofarmaci, oppure mediante un approccio volto alla “risocializzazione” del soggetto, allontanando quindi il paziente dalla sua casa e inserendolo in una struttura in cui si trovano altre persone che soffrono della sua stessa condizione, insieme alle quali svolgerà delle attività quotidiane che pian piano lo porteranno a reintegrarsi con il mondo reale.

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via | Cafepsicologico

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