
Dipendenza dal lavoro: ieri parlavamo dei sintomi di questo disturbo ossessivo-compulsivo e del profilo psicologico del workaholic. Proseguiamo il nostro approfondimento, pubblicando i consigli per liberarsi dall’ossessione per il lavoro, dispensati dallo psicoterapeuta americano Bryan E. Robinson, autore di Chained to the desk: a guidebook for workaholics, their partners and children, and the clinicians who treat them.
Innanzitutto non bisogna sottovalutare il disturbo. Dedicare tutto il proprio tempo al lavoro, trascurando la vita sociale, la salute e la famiglia, dare troppo peso all’ambiente lavorativo, ai giudizi dei superiori piuttosto che dei colleghi, mina l’autostima, l’equilibrio psicofisico, le relazioni interpersonali ed accresce il rischio di malattie.
Imparare ad assegnare delle priorità all’inizio della settimana o della giornata è fondamentale. Scriviamo nero su bianco cosa è davvero importante per noi, quali compiti sono più urgenti e quali invece possono essere rimandati, se non annullati del tutto piuttosto che delegati. Stabiliamo in anticipo un numero preciso di cose da fare e fermiamoci quando abbiamo finito. Se nel frattempo si aggiunge qualcos’altro di più urgente, sostituiamolo ad uno dei punti in programma, senza accumulare altro lavoro.

Dipendenza dal lavoro, un disturbo ossessivo compulsivo che porta a trascurare la vita sociale, gli affetti familiari e tutte le altre attività non correlate alla propria professione. Di workaholism parla Bryan E. Robinson, psicoterapeuta americano, autore di Chained to the desk: a guidebook for workaholics, their partners and children, and the clinicians who treat them. Robinson traccia i diversi profili del workaholic, aiutandoci a riconoscere i sintomi della dipendenza dal lavoro.
Molte persone colpite dalla sindrome sono afflitte anche dalla smania di perfezionismo e danno troppa importanza al lavoro. I giudizi dei superiori non restano circoscritti alla vita lavorativa bensì diventano determinanti per l’opinione che hanno di se stessi. Se decidono di accettare un incarico è solo perché sanno di poter dare il massimo e se non ci riescono si colpevolizzano eccessivamente. Quasi sempre sono lavoratori ossessionati dalla paura di sbagliare ed hanno livelli di autostima troppo bassi. Se sanno di non poter svolgere il lavoro al meglio, rinunciano, precludendosi numerose opportunità di carriera per timore di non essere all’altezza.
C’è poi il workaholic che al contrario non riesce a fermarsi. Accetta troppi incarichi, è incapace di delegare agli altri alcune mansioni, si prende carico di tutto e spesso lavora troppo e troppo in fretta, correndo il rischio di incappare in errori ed in distrazioni e di svolgere il lavoro in maniera superficiale.
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Oggi voglio raccontarvi di un articolo che ho letto sul New York Times e che mi ha fatto riflettere su quanto siamo diventati un po’ tutti workaholic, cioè dipendenti dal lavoro. L’articolo racconta di un medico che visita un paziente che ha l’influenza con febbre alta, raffreddore e dolori da tutte le parti. Terminata la visita, il medico gli prescrive dei farmaci e gli dice di tornarsene a casa per mettersi a letto.
“Non se ne parla proprio”, gli risponde il paziente mentre si riveste. “Devo tornare al lavoro”. Così il dottore lo vede rivestirsi, prendere la borsa 24 ore e uscire per tornare a Wall Street. Nemmeno la febbre alta e i dolori riescono a tenere quest’uomo lontano dal lavoro! Il medico non sa se provare ammirazione oppure orrore.
A pensarci bene, questo non è un caso isolato. Quasi più nessuno oggi sembra potersi permettere di perdere un giorno o anche qualche ora di lavoro, di volontariato, di faccende domestiche e quant’altro. Chiunque abbia qualunque cosa da fare nella sua quotidianità sembra non poterne fare a meno. È come se ognuno di noi dicesse a sé stesso e agli altri: “Non ho tempo di ammalarmi“.
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Tempo di vacche magre e allora tutti - o quasi - a rimboccarci le maniche per lavorare di più sperando che i nostri sacrifici salvino le sorti finanziarie del pianeta. Sembriamo totalmente conquistati dal mantra americano che infligge a tutti il castigo di lavorare di più e più duramente per avere successo.
Niente di più sbagliato, invece, secondo i medici che sottolineano come uno stile di vita basato sul lavoro e sullo stress che ne deriva ci porterà prima o poi al pagamento di un pedaggio a danno della nostra salute. E’ importante, invece, concedersi una pausa e prendersi cura di sé stessi ogni tanto, qualunque sia il livello che occupiamo in azienda e qualunque tipo di lavoro svolgiamo.
Secondo George Griffing, professore di medicina interna all’Università di Saint Louis, ci sono almeno sette cattive abitudini dei cosiddetti workaholics, ovvero di coloro che lavorano troppo. Ecco quali sono:
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