E’ ritornata a galla la notizia, con qualche aggiunta e novità, anche se il principio è sempre lo stesso: chi diventa in un certo senso dipendente dai vari social network attualmente in uso (facebook su tutti) vive una vita meno felice ed appagante rispetto agli altri. La notizia “aggiunta” sarebbe che i dipendenti sono più numerosi in quella fasce più povere della popolazione.
Il 70% degli utilizzatori di social network effettua il log in non appena accende il pc, quindi è la prima pagina visitata in assoluto e questo può già rappresentare un sintomo di dipendenza. La ricerca è partita dall’Università di Gothenburg, secondo la quale circa il 25% degli utilizzatori abituali si “sente male” se sa di non potere accedervi con regolarità nell’arco di una giornata.
Il risultato finale della ricerca è comunque stato il seguente: le donne rischiano di più degli uomini ma chi rischia maggiormente resta quella fetta (ormai neanche più tanto piccola) della popolazione con caratteristiche di ristrettezza sia economica che culturale.
Quando si vuole raggiungere un risultato si riesce meglio se abbiamo vicino un amico o qualcuno con cui condividere l’impegno, che abbia le nostre stesse necessità e caratteristiche. Questo può capitare in qualsiasi situazione ci si trovi. Se invece parliamo di vita sana, per poter seguire comportamenti salutari è meglio farlo con accanto una persona che abbia le stesse caratteristiche (età, sesso), lo stesso peso, la stessa forma fisica, e segua la medesima alimentazione e tipo di attività fisica.
Uno studio condotto da un ricercatore del Massachusetts Institute of Technology, pubblicato sulla rivista Science, dimostra che in questo modo le persone hanno più probabilità di adottare comportamenti sani.
Questo perchè sono più motivate e disponibili se si rendono conto che il compagno “sta nella stessa barca”. Piuttosto che farlo da soli è meglio facciano parte di un gruppo di pari, anche se li incontrano via social network. Per lo studio, infatti, è stato creato appositamente un social network che promuovesse salute e fitness.
I risultati? I soggetti messi in coppia con persone da bisogni, finalità e caratteristiche simili erano molto più propensi a compilare il diario alimentare, a fare attività fisica e seguire altri comportamenti salutari, rispetto ai partecipanti i cui compagni erano stati assegnati loro in modo casuale.
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La notizia viene dalla Cnn che racconta di una donna che dovendo dimagrire si è vista prescrivere dal medico, insieme alla sua dieta, tre semplici regole: basta bevande zuccherate; non saltare mai i pasti; non dire a nessuno della dieta. Dunque se vogliamo dimagrire dobbiamo tacere? Pare di sì, a dispetto della tendenza sempre più diffusa a condividere, non più solo sui forum a tema ma anche sui social network di ultima generazione, alcuni ideati appositamente per chi vuole perdere peso.
Alcuni esperti affermano che dire ad amici e familiari, o addirittura su Facebook, che si è a dieta può avere effetti negativi sulla dieta stessa. Altri biasimano questa scelta, perché da sempre l’uomo avverte la necessità di confrontarsi con chi condivide le proprie esperienze. Ma è stato anche dimostrato che una persona obesa troverà più naturale condividere il proprio tempo chi ha gli stessi problemi e non troverà alcuno stimolo in direzioni diverse. Quale sarà l’atteggiamento giusto?
Alcune ricerche rivelano che la tendenza dell’ambiente che ci circonda è generalmente conservativa. Di fronte a prospettive di cambiamento radicale, quale può essere una dieta molto drastica da parte di chi ha da perdere davvero molti chili, le persone reagiscono contrastando, spesso inconsciamente, questa direzione delle cose. La donna del racconto iniziale spiega che per lei è stato proprio così. Qualcuno le ha detto addirittura che preferiva l’amica grassa.
Insomma, amici e parenti possono fiaccare le nostre buone intenzioni o, sostenendole eppure giudicandole in qualche modo, finire paradossalmente per indebolirle? Pensatela come volete ma se i vostri tentativi fin qui sono falliti, considerate la possibilità di mettervi a dieta in gran segreto, mettendone a parte solo il vostro dietologo. Gli altri se ne accorgeranno solo dai risultati. Forse vale la pena provare.
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E-mail, telefoni cellulari, messaggi di testo e social network sono buoni metodi per comunicare ma c’é bisogno di incontrare le persone per creare delle relazioni effettive e non solo virtuali. La tecnologia ci permette di comunicare via Internet con persone distanti, soprattutto se ci manca la loro presenza, e nonostante il nostro desiderio sia di incontrarle fisicamente. Ma la tecnologia ci dà una sensazione di solitudine?
Di recente la Relationships Australia Queensland ha condotto uno studio sull’argomento ed è risultato che “Il 42 per cento degli australiani che hanno usato in media quattro strumenti tecnologici per comunicare [come email, Sms, Facebook, Twitter] si sono sentiti soli rispetto al 11 per cento delle persone che ne hanno utilizzato uno solo”.
I risultati provengono da sondaggi su 1204 persone di età superiore ai 18 anni. I dati rivelano che le persone 25-34enni si sono sentite più spesso sole (27 per cento) rispetto ai giovani di età tra i 18 e i 24 anni (19 per cento). Coloro che avevano oltre i 70 anni di età erano solo l’11 per cento.
Chi avrebbe potuto immaginare che Twitter diventasse banco di prova della nostra psicologia? E con ciò non si intendono gli sfoghi quotidiani e personali di chi si serve del social network per interagire con il mondo in tempo reale, ma la verifica scientifica di come funziona il nostro umore, altalenando nell’arco della giornata e della settimana. Alcuni scienziati della Cornell University hanno di recente pubblicato su Science i risultati di una ricerca condotta proprio con l’aiuto di Twitter. Sul nostro umore. Virtualmente anche il vostro, se usate l’uccelletto per dire agli altri come vi sentite, cosa fate, quel che pensate.
L’umore generalmente migliora all’approssimarsi del fine settimana e non provoca alcuna sorpresa associandosi normalmente il weekend ad un momento di riposo, relax o attività piacevoli, che scegliamo a differenza delle incombenze settimanali legate a doveri di vario tipo, professionali e non solo. L’indagine ha raccolto 509 milioni di tweet da due milioni e mezzo di utenti in 84 diverse nazioni del mondo nell’arco di due anni. Un insieme di dati poderoso. A quanto pare i ritmi dell’umore sono simili in ogni angolo del mondo a dispetto delle diversità culturali, sociali, religiose e geografiche.
La maggioranza delle persone ha un umore migliore alla fine della settimana e in genere nelle prime due ore del mattino durante l’arco della settimana. Con il procedere della giornata l’umore tende irrimediabilmente a peggiorare. In tutto il mondo questi ritmi paiono essere profondamente influenzati dai ritmi circadiani di sonno-veglia.
D’altronde i ricercatori specificano che l’animo umano non può essere scisso nelle sue sensazioni, che possono essere spesso opposte ma compresenti. Possiamo sentirci ansiosi per qualcosa che ci provoca anche molta gioia. Di sicuro, precisano, i rilevamenti paiono essere molto più veritieri di qualunque osservazione in laboratorio, con test effettuati su persone consapevoli di essere sottoposti a screening. In questo caso invece le dichiarazioni di ciascuno erano spontanee, nel proprio ambiente naturale, senza condizionamenti esterni o l’induzione ad una risposta o ad un’altra.
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Una ricerca del 2009 ha dimostrato che allenarsi con un compagno di sport può migliorare la resa e aiutare a perdere peso. Uno studio più recente, del Maggio 2011, ha confermato che anche la motivazione che sono capaci di fornire partner virtuali è notevole. Per una volta possiamo dire un incondizionato grazie ai social network. Quelli a tema sportivo sono tanti e crescono quotidianamente. Ma chi preferisce avere con sé un amico con cui allenarsi dovrà tenere conto di qualche dettaglio importante nella scelta.
Coinvolgere il proprio migliore amico o il collega con cui condividere l’attività fisica in pausa pranzo può non essere la scelta migliore, perché bisogna considerare alcuni fattori. Per cominciare la scelta della disciplina da seguire potrebbe escludere a priori persone che pure vi sembrerebbero adatte per dividere con voi le fatiche sportive ma che potrebbero non nutrire alcun interesse in quel che avete deciso di fare in palestra o outdoor. Magari al vostro amico piace correre quanto a voi ma preferisce farlo con la musica nelle orecchie, da solo.
Altrettanto importante è scegliere un compagno che abbia più o meno lo stesso livello di allenamento, perché non sarebbe proficuo per nessuno dei due dover forzare il ritmo o allenarsi al di sotto delle proprie possibilità reali. Iniziare da una base comune sarà più utile perché farete progressi insieme, vi stimolerete a vicenda e non dovrete fermarvi ad aspettare che il vostro partner arrivi col fiatone perché l’avete distaccato troppo. Inducendolo probabilmente a mollare presto perché non riesce a starvi dietro.
Diverso è il caso di alcuni sport che richiedono l’apprendimento di una tecnica, come per esempio il tennis. In questo caso può essere utile avere un compagno che sia più esperto di noi in modo che possa correggere i nostri errori. Fate in modo però che anche lui si senta stimolato e non si annoi a morte nel dovervi insegnare l’abc. Se partite da zero quel che vi serve è un istruttore, non un amico. È dimostrato che un amico funziona meglio di un personal trainer estraneo, ma se dovete imparare la scelta è obbligata. A meno che un vostro amico non sia anche disposto ad istruirvi.
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Ce lo siamo domandate insieme alle nostre sorelle di Pinkblog e uno studio ce lo dimostra chiaro e tondo: sì, i social media ci rendono più disinvolti, più sicuri di noi, più propensi a interagire con gli altri perché è più facile e ci espone meno – almeno questa è la percezione – farlo attraverso uno schermo e alla distanza di sicurezza di qualche chilometro. D’altronde il sempre più ampio spazio di tempo che trascorriamo quotidianamente su Facebook rende del tutto naturale ormai per tutti noi utilizzare il mezzo come uno dei molti a nostra disposizione per relazionarci agli altri.
La ricerca condotta dalla York University in Canada ha analizzato il comportamento degli studenti dando un valore alle loro tendenze narcisistiche, all’autostima dimostrata e alla fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità. Quello che emerge è una differenza tra quelle che si dimostrano online sui social network e quelle invece misurate nella vita “reale”.
Ci risulta più facile proporre noi stessi valorizzando meglio le nostre potenzialità attraverso un profilo che attraverso una conversazione faccia a faccia? La risposta è sì. Online siamo noi a decidere quali foto, status, aggiornamenti, condivisioni di file devono dire qualcosa di noi, cosa vogliamo che dicano, quando e anche come. Siamo padroni del nostro comportamento perché siamo in grado di controllarlo meglio e soprattutto possiamo concentrarci solo su di noi. E sul nostro ego. Il peggio arriva quando si verifica lo scollamento tra quel che appare o vorremmo apparisse e quel che invece è. O trapela tra le righe.
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Clicca su “mi piace”. Siamo diventati amici-su-Facebook. Sei anche su Twitter? Hai visto come mi ha commentato? Sono ormai frasi cui ci siamo abituati: ragazzi e adulti vivono nella loro quotidianità anche le attività sui social network. Conoscono persone, si relazionano ad esse, usano Facebook come vetrina, spesso anche per conoscere potenziali partner. A volte in maniera compulsiva. L’impatto sociale che avrà tutto ciò si verificherà solamente fra qualche anno. Nel frattempo però, in U.S.A., dove il social networking è nato e si è sviluppato nelle sue forme più spinte, si interrogano sulle conseguenze a breve termine. In particolare fra i giovani, che sono definiti la iGeneration, o anche i digital natives. Al punto che ne disserta persino l’American Psychological Association e ne parlano davvero tutti.
Secondo Larry D. Rosen, professore di psicologia presso la California State University
Se nessuno può negare che Facebook abbia alterato il panorama delle interazioni sociali, particolarmente fra i giovani, stiamo cominciando a vedere, attraverso ricerche psicologiche, i lati positivi e quelli negativi.
Perché ovviamente ci sono entrambi, sarebbe ingenuo pensare diversamente. Per esempio, sono effettivamente un ottimo metodo di socializzazione per i giovani con la cosiddetta empatia virtuale.
E’ come se i social network fossero delle rotelle di sicurezza per la vita in parecchi modi diversi: insegnano come esprimere empatia e mostrano come rispondono gli altri. Insegnano a sviluppare il proprio “senso del sé”, il “chi sono io. Si mettono cose sulla bacheca di Facebook, poi ci si siede e si osservano i commenti che si ricevono. Insomma, è come un posto dove si può crescere e svilupparsi.
Ma i lati negativi sono in agguato. In America, i giovani (fino al college) guardano Facebook almeno una volta in una pausa da 15 minuti. Questo peggiora le loro prestazioni da studente. Non solo: visto che il “focus” di Facebook è continuamente rivolto verso noi stessi e verso ciò che gli altri dicono di noi, accade che moltissimi utenti - soprattutto i più giovani - mostrino una spiccata tendenza al narcisismo. Un uso eccessivo, inoltre, può portare all’ansia e alla depressione. Inoltre, si presta poca attenzione all’altro, si fa tutto con leggerezza.
Tutto ciò che si fa su un social network si fa dietro al paravento di uno schermo. Non si pone attenzione. Ma ci sono persone vere dall’altra parte del cyberspazio e le nostre parole possono avere conseguenze su quelle persone.
Per tutti questi motivi, in America fioriscono i consigli e le “guide” per i genitori in particolare.
Il periodo caldo è forse un po’ passato ma non è raro leggere ancora in giro per forum e social network della ricerca di soluzioni last second per rimettersi in forma due giorni prima di partire per le vacanze. In questo caso non vale il detto secondo cui l’importante è crederci, perché le diete dell’ultimo momento non funzionano mai, mai. Le conseguenze sul metabolismo e anche sull’umore poi sono tante e tali che ce le portiamo appresso a lungo.
Di solito le diete molto rapide che promettono perdite di peso repentine funzionano attraverso un brusco cambiamento delle abitudini alimentari, generalmente per via di privazioni massicce di determinati tipi di alimenti, spesso addirittura di nutrienti fondamentali. Il metabolismo reagisce apparentemente bene perché il corpo sottoposto a privazioni caloriche inizia a consumare le riserve, ma è di breve durata, perché appena riprenderete a mangiare normalmente l’organismo reagirà stivando più riserve di grasso per prevenire future privazioni. Un circolo vizioso da cui uscire sarà difficile.
Inoltre gli scompensi provocati dai periodi di semi-digiuno, dall’assenza di nutrienti importanti e dalla prostrazione psicologica che comporta una dieta molto privativa sono davvero pericolosi per il nostro benessere. Eppure l’industria della dieta continua a prosperare, scavalcando gli specialisti del settore capaci di insegnarci a mangiare bene prima ancora che a dimagrire e affidandosi invece a beveroni, barrette, integratori e sistemi poco raccomandabili per perdere peso in fretta e senza sforzi. Una contraddizione in termini.
D’altro canto le diete rapide non possono essere adottate come regime alimentare sul lungo periodo e possono essere sopportate dall’organismo al massimo per qualche giorno, senza alcuno dei reali benefici che ci si aspetterebbe. La perdita di peso dei primi giorni poi quasi sempre è solo una perdita di liquidi e non di quelle riserve di grasso che ci danno tanti crucci. Convinciamoci: le diete rapide non funzionano. Bisogna imparare a mangiare bene, in maniera varia e completa, moderando le quantità e facendo un po’ di attività fisica. Tutto l’anno.
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Psicologia. Si chiama abitudine al controllo (checking habits) una delle patologie legate all’uso compulsivo dei social network. Già. Se abbiamo raccontato che Twitter può essere un’importante banca dati per conoscere i comportamenti che hanno a che fare con la salute, per il singolo utente il social network - e, più in generale, il web - può tradursi in una vera e propria patologia, complici gli smartphone.
Perché la possibilità di essere connessi costantemente proprio grazie agli smartphone - come dimostrano dati raccolti in Finlandia e negli U.S.A. - può causare un vero e proprio comportamento patologico, caratterizzato da un controllo ossessivo di notizie, email, contatti e social network grazie alle app. Controlli che durano meno di 30 secondi l’uno.
I dati non lasciano dubbi: c’è un uso significativo degli smartphone che riguarda solamente questi controlli continui, associati alla lettura di email durante i viaggi per i pendolari, oppure la ricerca di news durante i momenti di inattività o noia. E la percezione di chi attua questo tipo di comportamenti non è quella di una sorta di dipendenza, naturalmente. Lo studio è stato pubblicato sul Personal and Ubiquitous Computing Journal e proviene dall’Helsinki Institute for Information Technology.
Antti Oulasvirta, la ricercatrice che ha condotto lo studio, racconta:
La cosa interessane è che se prendete lo smartphone per trovare stimoli interessanti e rispondere, in questo modo, alla noia, si viene sistematicamente distratti da cose più importanti che accadono intorno a voi. Le abitudini, poi, diventano automaticamente comportamenti, e compromettono il controllo consapevole delleLe abitudini sono automaticamente attivati comportamenti e compromettere il controllo conscio che alcune situazioni richiedono. Gli studi cominciano ad associare l’uso dello smartphone a conseguenze disastrose, come ad esempio gli incidenti d’auto o scarso rendimento sul lavoro. Purtroppo, come dimostrano decenni di lavoro di psicologia, le abitudini non sono facili da cambiare