Conosciamo già la differenza tra i grassi buoni e quelli cattivi, ma quelli che consideriamo appartenenti a quest’ultima categoria lo sono davvero così tanto? I grassi saturi certo non sono la scelta migliore per il benessere del nostro organismo e sarebbe meglio poter scegliere ogni volta che sia possibile di integrare la dieta con i grassi insaturi.
Il consumo di grassi saturi viene associato spesso ad una maggiore incidenza di patologie cardiovascolari, colesterolo in primis. Uno studio condotto però su popolazioni ancora abbastanza lontane dal mondo occidentale industrializzato e globalizzato – Masai, Eschimesi, Tokelau e Kitavanos – e che consumano grandi quantità di questo tipo di grassi ha dimostrato che in realtà non è sempre vero.
Nonostante l’alto consumo infatti non presentano patologie cardiovascolari di rilievo o con un’incidenza importante. Probabilmente si sono adattati geneticamente al consumo di questi grassi, hanno inizialmente ipotizzato gli studiosi, scartando poi l’idea una volta verificato che quando queste popolazioni vengono a contatto con il tenore di vita occidentale ne sono vittima al pari di tutti noi.
Insomma, l’associazione tout court di grassi saturi e patologie non è sempre così automatica, anzi viene smentita da circostanze verificate seppure tuttora inspiegate. La soluzione probabilmente deriva dallo stile di vita. Una persona che ingerisce molti grassi saturi ma poi consuma molte calorie, prevede nell’alimentazione buone quantità di fibre e ha abitudini di vita sane non subirà gli stessi efetti di chi invece conduce una vita diversa, consumando poco, con cattive abitudini quali alcol, fumo e scarso esercizio fisico.
Via | Vitonica
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Un nuovo studio pubblicato su Archives of Neurology prova che il miglior modo per prevenire e, nel caso, attenuare gli effetti dell’Alzheimer è una dieta equilibrata e povera di zuccheri semplici e grassi saturi. L’autrice principale della ricerca Jennifer Bayer-Carter ha sottoposto adulti sani e pazienti già affetti dal morbo a due regimi alimentari opposti (uno povero e uno ricco di grassi e zuccheri).
I risultati sono apparsi inequivocabili: i marcatori del morbo si riducono sia nel caso di pazienti sia nel caso degli individui sani se il regime alimentare è povero di grassi e zuccheri. La speranza è che individuando questa correlazione sia possibile agire sia con una corretta alimentazione sia con interventi farmacologici.
Simon Ridley, direttore della ricerca presso l’Alzheimer’s Research UK, appare scettico:
Questo è uno studio molto piccolo, ma vi si aggiunge una crescente evidenza di un legame tra dieta e lo sviluppo precoce della malattia. Tuttavia, le prove dovranno essere sostanzialmente confermate, sia in termini di partecipanti e di tempo, prima che possiamo comprendere appieno come la dieta possa influenzare il rischio di contrarre il morbo Alzheimer.
[Via | The Telegraph]
Come nel caso dei cibi privi di grassi aggiunti, che spesso ci fanno credere di essere più utili alla dieta e ci inducono persino a consumarne di più aumentando le calorie, così i latticini scremati ci illudono con la convinzione di essere più amici delle diete, visto che il loro basso contenuto di grassi saturi dovrebbe abbattere il rischio di aumentare di peso. In realtà un recente studio ha dimostrato, analizzando la dieta dei ragazzi, che non è affatto così.
Nonostante il più basso apporto di grassi introdotti attraverso il consumo di latticini a base di latte scremato anziché intero, non è stata riscontrata una significativa perdita di peso legata al diverso consumo alimentare. La ricerca è stata effettuata in Australia, dove ad un gruppo di ragazzi sottoposto ai test è stato chiesto di abbandonare per sei mesi i prodotti con latte intero.
Né peso né inice di massa corporea hanno subito alcuna modifica significativa. Le conclusioni? Godiamoci lo yogurt intero e saporito anziché quello magro che sembra sempre un po’ annacquato. Tanto poco cambia, ai fini della dieta.
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Ci è nota la differenza di massima che esiste tra acidi grassi saturi, monoinsaturi e polinsaturi ma non ne conosciamo quasi mai il contenuto nei diversi tipi di olio che ci ritroviamo in cucina.
Vitonica ha messo a punto un utilissimo schema che riassume per ciascun tipo di olio la tipologia di acidi grassi che contiene e in che misura.
Gli acidi grassi monoinsaturi sono quelli che dovremmo preferire, seguiti da quelli polinsaturi ed evitando il più possibile quelli saturi, che sono responsabili dell’aumento di colesterolo nel sangue in caso di eccesso nel consumo che, se diventa consapevole, contribuisce in buona misura al mantenimento del nostro benessere.
Quale miglior periodo se non quello di Natale per avere sulle nostre tavole frutta secca di ogni genere? Noci, nocciole, mandorle sono ricchissime di antiossidanti, minerali e grassi saturi preziosissimi per la salute.
Le proprietà di questi frutti sono innumerevoli, rinomate e risapute, tra queste: favoriscono l’abbassamento dello stress quotidiano, aiutano ad aumentare il colesterolo buono, stimolano il sistema immunitario, sono ricchissime di vitamine.
Uno degli ultimi studi in ordine di tempo condotto dai ricercatori dell’Università del New Jersey, presentato recentemente sulle pagine del Journal of the American College of Nutrition, ha contribuito a far luce sulle benefiche proprietà delle mandorle, capaci di tenere sotto controllo la produzione di insulina e quindi particolarmente preziose per i diabetici.
Secondo quanto osservato dagli studiosi, se per 16 settimane si assume quotidianamente una piccola quantità di mandorle, in associazione a una dieta sana ed equilibrata ma comprensiva anche di carboidrati, calano sia i livelli di colesterolo cattivo (LDL) che la sensibilità all’insulina, un fattore di rischio per disturbi cardiaci e diabete.
Se vi chiedessi quale olio è il migliore per la nostra dieta la risposta della maggioranza sarebbe certamente l’olio d’oliva. Ma ultime notizie provenienti da una ricerca pubblicata sull’International Journal of Obesity and Metabolic Disorders hanno dato credito a ciò che la medicina alternativa da molto tempo sosteneva.
A dispetto di chi crede che i grassi saturi facciano solo male si scopre che l’olio di cocco ne contiene una tipologia che non solo non viene immagazzinata come grasso nel corpo umano ma che addirittura viene utilizzato come energia, con il vantaggio di non elevare i livelli di zucchero nel sangue come fanno i carboidrati.
I ricercatori hanno scoperto addirittura che questo tipo di olio, che contiene alti livelli di MCT, cioè trigliceridi a catena media, si può sostituire con ottimi risultati a molti altri tipi di olio presenti nella nostra dieta e ricchi di grassi omega-6 (da non confondere con gli omega 3) come ad esempio l’olio di semi di girasole, molto usato nelle conserve o per friggere. Addirittura esistono in commercio integratori di MCT a dimostrazione ulteriore che si tratta di grassi saturi che non sono affatto dannosi per la salute ma anzi utili per il benessere.
Via | That’sFit
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A prima vista a questa domanda verrebbe da rispondere che un kebab è certo meglio di un panino con hamburger, maionese e chi sa quali altre salse. Ma un attimo: analizzando il contenuto del kebab le cose cambiano notevolmente.
È vero che il tipo di pane utilizzato è meno calorico di quello usato per gli hamburger ed è vero anche che la salsa a base di yogurt è certamente più leggera dalla maionese o del ketchup, ma la carne utilizzata per il kebab risulta piuttosto grassa anche se a vista non si direbbe affatto.
I grassi però si sciolgono per la particolare cottura della carne e anche se non sono visibili a occhio nudo sono più che presenti, sotto forma di grassi saturi, i più dannosi. E in gran quantità si trova anche il sale. L’apporto calorico di un kebab può superare anche le 1000 calorie.
Incredibilmente il kebab si colloca al primo posto di un’ideale classifica dei panini meno salutari per la dieta, seguito a ruota dal classico hamburger che però risulta meno calorico e persino meno grasso. Non illudiamoci dunque per la presenza di verdure e l’apparenza più leggera.
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Il pecorino sardo va incontro ai problemi degli italiani, con lo stesso sapore, ma con il 15% di grassi saturi in meno, così da risultare più leggero. Il pecorino anti-colesterolo è stato presentato a Parma, durante la manifestazione Cibus 2010, dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Sardegna.
La scoperta del pecorino anti-colesterolo è dell’Università di Cagliari e del Centro per le malattie dismetaboliche e l’arteriosclerosi del Brotzu. I ricercatori hanno dimostrato che alimentando le pecore a base di semi di lino si può produrre un pecorino con sapore invariato, con meno grassi saturi e con il 300% di acido linoleico coniugato in più, elemento essenziale contro il colesterolo cattivo.
In fase sperimentale il formaggio arricchito di omega 3 è stato distribuito a volontari a basso rischio cardiovascolare e moderatamente ipercolesterolemici. Nei soggetti è stato riscontrato un abbassamento della colesterolemia ed è stato dimostrato che mangiare 90 grammi al giorno del pecorino sardo trattato non fa ingrassare.
La scoperta del pecorino sardo anti-colesterolo passerà dalla via sperimentale alla produzione certificata, grazie anche al contributo della Camera di Commercio di Cagliari che ha stanziato 30mila euro per il pecorino sardo che combatte il colesterolo.
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C’è una cosa che gli inglesi amano più di tutto, e non è il gossip sulla casa reale e la Regina. E’ il burro, concentrato di grassi saturi che dà sapore ai cibi e ingrassa la fetta di pane, con gravi danni al sistema cardiocircolatorio degli inglesi.
Secondo Shyam Kolvekar, chirurgo dell’università del College Hospital di Londra il burro dovrebbe essere bandito dalla tavola degli inglesi, per essere sostituito con la margarina o altri derivati: ciò salverebbe tanti inglesi da infarti e problemi cardiocircolatori.
In Inghilterra ci sono persone che a causa dell’alimentazione sbagliata hanno bisogno di un bypass a 30 anni e la percentuale delle persone che consuma grassi saturi fuori controllo è elevatissima: il 90% dei bambini, l’88% degli uomini e l’83% delle donne. Bandire il burro dalle tavole di Londra sembra essere l’unico modo per far fronte ai problemi di salute degli inglesi, che, a quanto pare, non riescono a smettere col burro e hanno bisogno di un’imposizione che lo vieti.
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Sgranocchiare al cinema bibite e pop-corn, gli snack da film per eccellenza, pare essere attività molto più dannosa di un intero pranzo al fast food. Lo stop arriva da uno studio del Center for Science and Public Interest, che ha analizzato attentamente la coppia più solida di tutta la storia del cinema: burrosi pop-corn e bibite gassate.
Secondo i nutrizionisti che hanno condotto la ricerca, la coppia che scoppietta può arrivare ad un apporto di circa 1160 calorie, quasi l’intero fabbisogno giornaliero di un adulto, per non parlare dei grassi saturi contenuti nel veloce snack da pellicola, pari al fabbisogno di 3 giorni.
Mai avremmo pensato che sgranocchiare al cinema fosse tanto pericoloso per le nostre arterie. Per fortuna che i dati si basano sulle tendenze degli americani, che propendono per porzioni XXL ed hanno una cucina molto più grassa. Sentitevi liberi di andare al cinema a vedere le ultime novità e di sgranocchiare pure gli snack da film, occhio però a non abusare: ora sapete qual è il finale.
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