
La ricetta per garantirsi una buona salute è composta da tre ingredienti fondamentali: imparare da ciò che ci è successo nel passato, fare progetti per il futuro e, soprattutto, non trascurare il presente. A darla sono gli esperti dell’Università di Granada, secondo cui pensare al passato con rabbia può essere talmente dannoso per la salute da aumentare la probabilità di ammalarsi.
I ricercatori sono giunti a questa conclusione chiedendo a 50 uomini e donne cosa pensassero del loro presente e del loro futuro, della loro salute fisica e psicologica e della qualità della loro vita. L’analisi delle risposte ricevute ha portato a concludere che continuare a pensare alle opportunità perse o riflettere con amarezza su come si è stati trattati nel passato diminuisce la qualità della vita ed espone a un maggior rischio di ammalarsi. Non solo, la rabbia verso ciò che è stato rende più sensibili al dolore e aumenta la tendenza alla depressione e a comportamenti di tipo ansioso.
Cristian Oyanadel, coautore della ricerca, ha sottolineato che:
quando le persone sono negative riguardo al passato hanno anche un atteggiamento pessimista o fatalista nei confronti del presente.
Tutto ciò, spiega il ricercatore, si traduce in una maggiore difficoltà nel relazionarsi con gli altri e ad affrontare gli sforzi fisici quotidiani. Diversa la situazione per chi è totalmente proiettato nel futuro: fare progetti e porsi degli obiettivi non mette in pericolo la salute. Ma anche in questo caso bisogna fare attenzione, perché un atteggiamento di questo tipo può limitare la capacità di gioire di ciò che già si ha. Per essere felici, insomma, è meglio imparare a godersi il presente.

Gli studiosi hanno nuovamente confermato questa teoria: il cibo fast food è collegato alla depressione.
In molti magari cedono alla tentazione e amano consumare patatine fritte, hamburger molto calorici e ricchi di salse o quelle torte alla crema così invitanti. Ora, oltre al timore delle calorie eccessive pare ci sia anche questo ulteriore timore salutare. A dirlo sono stati proprio ricercatori della University of Las Palmas delle Gran Canarie e dell’Università di Granada (come già fatto anni fa dai cugini inglesi). Dopo un confronto tra coloro che consumano in gran quantità il cibo spazzatura è quelli che non lo mangiano o in piccole quantità, i primi sono risultati ad essere più portati alla depressione, con una percentuale del 51%.
Proprio loro, infatti, tendono ad essere maggiormente single, ad una minore attività fisica ed una dieta povera di frutta, pesce e verdura. Anche chi fuma e lavora più di 45 ore a settimana fa parte di questa categoria. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Public Health Nutrition . Ecco le parole della dietista Nisha Jadhav che confermano questa tesi:
“E’ certamente vero. Mangiare in maniera poco salutare ti può rendere triste. Tali cibi contengono acido grasso insaturo che potrebbe contribuire alla depressione”
Fonte | Times of India

Non importa se si è uomini o donne: tornare a casa dopo una giornata di duro lavoro e non avere nessuno ad aspettarci ci espone a un maggior rischio di depressione. Chi vive da solo ha, infatti, più probabilità di dover ricorrere all’uso di antidepressivi rispetto a chi vive in famiglia o con degli amici.
L’efficacia della convivenza nella prevenzione della depressione è stata dimostrata da un gruppo di ricercatori finlandesi che hanno monitorato il ricorso all’uso di farmaci in 3.500 lavoratori, sia uomini che donne, per un totale di sette anni. Secondo Laura Pulkki-Raback, autrice principale dello studio pubblicato su BMC Public Health:
Nelle persone che vivono da sole il rischio di andare incontro alla depressione aumenta. In generale, non c’è differenza fra uomini e donne.
Le cause alla base del disturbo, però, sarebbero diverse. Nel caso degli uomini, infatti, il maggiore fattore che determina la depressione è l’assenza di un supporto sociale; mentre le donne sono più spesso vittime di condizioni abitative ritenute mediocri. Altri aspetti che possono contribuire al fenomeno sono il senso di isolamento, la mancanza di fiducia e le difficoltà associate ad eventi critici.
In realtà la ricercatrice crede che il rischio, sebbene alto, sia stato sottostimato dalla ricerca, perché le persone a maggior rischio di depressione sono anche quelle che hanno abbandonato più spesso lo studio prima della sua fine. Largo, quindi, alla convivenza: oltre a dividere le spese di affitto e bollette, stare con gli altri ci aiuta anche a mantenerci più sereni.
Dimmi come ti vesti e ti dirò come stai: è questo il messaggio lanciato dagli psicologi dell’Università di Hertforshire (Regno Unito) secondo cui tanto più sono tristi o colpite da depressione, tanto più le donne tendono a scegliere capi d’abbigliamento poco raffinati che permettono di nascondersi il più possibile.
Primi fra tutti, a finire sotto accusa sono i jeans. Secondo Karen Pine, responsabile della ricerca britannica:
I jeans non sono per chiunque. Sono spesso privi di rifiniture e oltre la taglia giusta.
Insomma, il rifugio ideale per chi, essendo triste o addirittura depresso, non vuole avere una bella immagine.
Continua a leggere: Depressione e jeans: dimmi come ti vesti e ti dirò come stai

Staccare la spina di tanto in tanto aiuta a gestire lo stress ed a ricaricarsi di energia positiva. I benefici delle pause rigeneranti tra un’attività e l’altra vanno ben oltre. Un recente studio, condotto dai ricercatori della University of California (UCLA), ha scoperto infatti che il cervello dei depressi non stacca mai la spina, vive in un perenne stato di iperattività e tensione, sempre all’erta. Il che porterebbe a credere che la modalità stand-by possa in qualche modo agire come antidepressivo naturale.
Quando non siamo impegnati in nessuna attività, proprio come avviene per un computer, dovremmo consumare meno risorse, entrare in una modalità di attesa. La sensazione che dovremmo provare, in condizioni normali, è di profonda calma interiore. Chi soffre di depressione però non riesce a riposarsi e ad attivare la modalità stand-by.
Nello studio, pubblicato su PLoS ONE, la causa di questa difficoltà a disconnettersi viene attribuita ad un difetto nel recettore coinvolto nella distribuzione della serotonina, ormone del buonumore. Le reti neurali del cervello non riescono ad interagire per facilitare il rilassamento interiore. Chi è depresso, insomma, non verrà mai sorpreso a sognare con gli occhi aperti, lasciando vagare la mente liberamente, senza angosce.
Sia chi soffre di ansia che chi è affetto da depressione non riesce a mettere in pausa le attività nervose. I ricercatori sperano di elaborare una terapia capace di spegnere temporaneamente l’interruttore delle connessioni cerebrali. Nella foto in homepage, a sinistra il cervello dei depressi, con le aree in rosso ad evidenziare le connessioni neuronali più forti rispetto a quelle dei soggetti non depressi, immagine a destra.
Via | Newsroom UCLA
Foto | Image courtesy of University of California - Los Angeles

Le donne affette da celiachia risultano più esposte al rischio di depressione e disordini alimentari, anche quando seguono una dieta per celiaci. Ad affermarlo è un recente studio condotto da un’équipe di ricercatori afferenti alla Penn State, alla Syracuse University ed alla Drexel University, pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica Chronic Illness.
La celiachia è una malattia autoimmune che provoca una reazione avversa al glutine. Spesso chi ne soffre riporta sintomi come costipazione, dolori addominali, inappetenza, diarrea, nausea e vomito.
Chi non riesce a gestire al meglio la malattia, spiega il professor Josh Smyth, uno degli autori dello studio, risulta più esposto allo stress e di conseguenza viene spesso colto da un malessere diffuso e può sprofondare nella morsa della depressione.
Continua a leggere: Depressione e celiachia, una relazione pericolosa
Del caffè si è detto di tutto e il suo contrario, tuttavia ci sono delle cose che ancora non sono note e che scopriamo grazie a SparkPeople che ne elenca alcune, sfatando alcuni falsi miti, sottolineando alcuni aspetti benefici di una delle bevande più diffusa e amate. Comunque è da tener presente che per sfruttarne le virtù bisogna rigorosamente attenersi ad una saggia moderazione nel consumo.
Per cominciare il caffè mattutino ha un certo impatto sull’umore, agendo da stimolante. La prova arriva da Harvard che ha rivelato come l’assunzione regolare di caffè abbassa il rischio di depressione rispetto a chi non lo prende abitualmente. Può aiutare anche a mantenere il peso forma, se si assume come abitudine dopo il pasto. La Cornell University spiega che la caffeina può dare una mano al metabolismo. Addirittura potrebbe anche incrementare la fertilità maschile, secondo un altro studio californiano e una più recente ricerca brasiliana, perché aumenta la mobilità degli spermatozoi.
Occhio però alla macchinetta del caffè: può offrire un rifugio ai batteri. Una ricerca ha infatti elencato le macchine per il caffè tra i luoghi più ricchi di germi delle nostre case. È importante dunque pulire e disinfettare periodicamente le parti della macchina per il caffè che sono di solito più umide o che ospitano acqua. Un modo efficace per farlo a casa? Una volta al mese aggiungete tre o quattro tazzine di aceto alla macchina facendolo andare in circolo. Dunque rifate il procedimento con acqua pulita per due o tre cicli in modo da eliminare i residui di aceto.
Un’altra ricerca a proposito del caffè rivela che può anche ridurre il rischio di cancro alla pelle. Le donne che sono state sottoposte a testa a Brigham hanno dimostrato che bevendo caffè (e naturalmente proteggendosi comunque con un fattore di protezione solare quando ci si espone) il rischio di danni alla pelle si può ridurre fino al 20%. Scende al 9% nel caso degli uomini. La dose consigliata? Tre tazzine al giorno o più. Pensate di diventarne schiavi? Non per forza. È vero che la caffeina ha effetti stimolanti e che non riusciamo proprio a partire al mattino senza la nostra tazzina di caffè, ma la faccenda della dipendenza è stata in gran parte smentita.
Foto | Flickr
Lavorare poco oppure lavorare con passione? Guadagnare tanto oppure basta essere soddisfatti? Lavorare con gli amici o separare il lavoro dalla vita privata? Se tutto non si può avere, scegliere cosa prediligere è altrettanto difficile. Una cosa la sappiamo: le madri che hanno un lavoro sono più sane di quelle che non sono impiegate, almeno quando i figli sono molto giovani, afferma un nuovo studio.
Il rapporto, pubblicato sul numero di dicembre del Journal of Psychology dell’APA (American Psychological Association), ha analizzato le interviste condotte su 1500 madri seguite per 10 anni ed ha concluso che per le donne è meglio mantenere il lavoro mentre i loro figli sono negli anni dell’infanzia e della scuola materna: saranno più felici e sane rispetto alle tradizionaliste che preferiscono restare a casa. Inoltre - dicono i ricercatori - non c’è alcuna differenza tra lo stato di salute delle madri che lavorano part-time e coloro che lavorano a tempo pieno.

La sindrome del nido vuoto è il senso di perdita provato dai genitori quando i figli vanno via di casa, per proseguire gli studi universitari in un’altra città piuttosto che per andare a vivere da soli, convivere o sposarsi. Sia i padri che le madri possono soffrire di depressione, sentirsi svuotati ed apatici, avvolti da una profonda tristezza.
La sindrome, tuttavia, colpisce prevalentemente le donne, in particolare quelle che non lavorano. Le donne sono più afflitte dalla sindrome anche perché affrontano la partenza dei figli in un momento già di per sé critico delle loro vite qual è la menopausa. Spesso, quando il nucleo familiare si divide, emergono anche problemi di coppia sepolti, ci si ritrova estranei dopo tanti anni trascorsi insieme, uniti principalmente dai figli, e non si riesce a superare questa fase, occupando e godendo del maggiore tempo libero con attività di coppia.
Ci si sente improvvisamente inutili e come se gli anni alle spalle piombassero addosso tutti in un solo giorno, quando quella porta si chiude e la casa resta vuota. Gli psicoterapeuti di coppia Charles D. ed Elizabeth Schmitz, autori di Building a love that lasts, consigliano alcune strategie per reagire al senso di vuoto e dare una nuova direzione alla vita senza i figli.
Continua a leggere: Sindrome del nido vuoto, come reagire quando i figli vanno via di casa
Stressati, preoccupati o depressi? Fra poco il vostro smartphone vi dirà se avete un problema psicologico serio o se state passando solo un periodo di stress momentaneo, senza chiederlo al terapista.
Tanzeem Choudhury della Cornell University, che ha ideato un’app, crede che il cellulare a breve potrà farvi una diagnosi prima che andiate dallo psicologo.
Secondo la ricercatrice se non stiamo bene dal punto di vista psicologico può essere rilevato dal modo con cui parliamo e quanto velocemente parliamo. La variabilità di questi fattori, assieme all’intonazione della voce, può essere correlata alla salute mentale.
Utizzando l’accelerometro e il microfono per monitorare il movimento e i tipi di discorso, la Choudhury ha condotto un esperimento per valutare la salute mentale tra i soggetti in una comunità di pensionati e fra gli studenti di Medicina, e spera di avere presto una versione definitiva da far usare a tutti. L’applicazione mostra un luminoso acquario pieno di pesci rossi se il soggetto è sereno, e via via quadri più oscuri e tristi se la salute psicologica del soggetto non è nella norma.
Mi viene in mente che il sistema potrebbe aiutare i genitori a comprendere le prime avvisaglie di depressione nei bambini e ragazzi, senza costringerli ad andare presso uno studio medico asettico, e capire se ci sia un reale bisogno di terapia. Purtroppo per vedere in azione l’app bisognerà attendere dai tre ai cinque anni.
Via | HolyKaw