Metodo Stamina, i test sulle cellule si faranno all'estero?

Vannoni e Andolina annunciano l'interesse mostrato da 3 atenei stranieri, ma devono ancora fare i conti con la diffida dell'Aifa

Metodo Stamina cellule staminali

Le cellule utilizzate per le infusioni secondo il metodo Stamina saranno testate all'estero. Ad annunciarlo e a spiegare in che cosa consisteranno le analisi che verranno condotte sono Davide Vannoni e Marino Andolina, rispettivamente presidente e vicepresidente di Stamina Foundation.

Gli atenei stranieri interessati a valutare le cellule sarebbero ben 3. Stando a quanto Vannoni avrebbe dichiarato all'Agi si tratterebbe di 3 università “molto importanti”

Ora stiamo valutando il da farsi

ha spiegato Vannoni

ma non diremo quale sarà la struttura e né il paese fino a che non avremo in mano i risultati. Non vogliano che lo Stato italiano continui a bloccarci per paura della verità.

In che modo tutto ciò sarà possibile appare al momento quantomeno misterioso. L'Aifa ha infatti già diffidato gli Spedali Civili di Brescia dal prelievo e dal trasferimento di campioni cellulari riferibili al metodo Stamina. A tal proposito Vannoni ha annunciato che

la prima battaglia sarà in tribunale: faremo ricorso contro la diffida.

Test sulle cellule, non sperimentazione

Parlano all'Agi e all'Adnkronos Vannoni ha precisato che

gli esami punteranno alla valutazione delle cellule usate e non alla sperimentazione del metodo. Noi non ci siamo arresi. In questo momento non sto tenendo segreto nulla: credo ci siano già disponibilità, ma ancora non c'è nulla di deciso. Comunque dopo l'esperienza avuta con il centro di Camillo Ricordi a Miami credo che farò il nome della struttura solo il giorno in cui scenderò dall'aereo con in mano i risultati, che siano positivi o negativi. Vogliamo sbloccare il materiale e poi “esportarlo” per testarlo in un centro straniero.

Dopo lo scandaloso blocco dell'Aifa di esportare il materiale per testarlo all'Università di Miami non vogliamo rischiare che la storia si ripeti. Nel frattempo le famiglie dei pazienti di Brescia, che avevano deciso di donare parte delle cellule per effettuare i test, hanno deciso di fare ricorso contro la diffida dell'Aifa.

Il provvedimento dell'Agenzia italiana del farmaco non ha bloccato solo il viaggio delle cellule da testare verso Miami, ma ha impedito anche a ricercatori italiani che ne avevano fatto richiesta - Paolo Bianco dell'Università “La Sapienza” di Roma, Michele De Luca dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e Umberto Galderisi della Seconda Università degli Studi di Napoli – di poter analizzare il materiale cellulare utilizzato nel metodo Stamina. A tal proposito Vannoni ha dichiarato:

a Michele De Luca e Paolo Bianco non avrei mai dato le provette. Gli hanno anche dato un premio per la lotta a Stamina. Sono pronto a cambiare idea se con le loro cellule riusciranno a sviluppare una terapia per curare i pazienti.

In ogni caso, l'Aifa ha diffidato gli Spedali Civili di Brescia dal far uscire queste provette dai suoi locali, adducendo come giustificazione il fatto che

non si ravvisano i presupposti per l'affidamento delle attività oggetto di tali richieste, in quanto non hanno avuto avvio né dall'Aifa né da competenti soggetti pubblici/istituzionali bensì da terzi, per i quali non si riscontra alcun tipo di interesse diretto a caratterizzare o definire biologicamente il prodotto cellulare

che

comunque avrebbe dovuto essere effettuata prima dell'avvio dei trattamenti sui pazienti.

Preoccupazioni a Brescia

Nel frattempo anche l'Ordine dei Medici di Brescia si mostra preoccupato.

Siamo davanti a cure non validate scientificamente, che potrebbero anche rivelarsi nocive, dal momento che sul contenuto delle infusioni praticate ai malati restano ancora troppe ombre

ha dichiarato Luisa Antonini, presidente dell'ordine bresciano.

La bussola che deve guidare il clinico resta il Codice deontologico, secondo cui il medico nell'esercizio della professione deve attenersi alle conoscenze scientifiche, e operare in modo libero e indipendente.

Per questo motivo l'Ordine chiede di fare chiarezza il prima possibile, “per il bene dei malati e per la stessa professione medica”.

Via | AGI; Adnkronos; Il Sole 24 ore

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