Alzheimer, un aiuto dalla vitamina E

Dosi elevate di questo micronutrienti permettono di mantenersi autonomi più a lungo

Vitamina e alzheimer

Quando si parla di Alzheimer l'attenzione si concentra spesso sulla prevenzione. Un altro aspetto importante è però come cercare di rallentare la progressione della malattia quando è già stata diagnosticata. Secondo un nuovo studio pubblicato su JAMA un possibile aiuto potrebbe arrivare dalla vitamina E. Un gruppo di ricercatori guidato da Maurice Dysken, esperto del Minneapolis VA Healthcare System, ha infatti scoperto che assumere dosi elevate di questo micronutriente nelle fasi precoci dell'Alzheimer contribuisce a ridurre la velocità di evoluzione della malattia, permettendo a chi ne soffre di mantenere la capacità di svolgere azioni quotidiane come vestirsi o curare la propria igiene personale per 6 mesi in più.

Dysken e colleghi hanno diviso i 613 pazienti coinvolti nei loro studi in 4 gruppi. Il primo ha ricevuto una dose di vitamina E largamente superiore rispetto a quella presente nei normali multivitaminici (2.000 UI - unità internazionali - rispetto a 30). Un secondo gruppo ha invece assunto memantina, un farmaco utilizzato per trattare l'Alzheimer, un terzo ha assunto sia vitamina E che memantina e un quarto, infine, un placebo. Valutando per una media di 2,3 anni la capacità dei partecipanti di svolgere le attività quotidiane i ricercatori hanno scoperto che solo chi aveva assunto solo la vitamina E aveva ottenuto una riduzione della progressione dei sintomi dell'Alzheimer e dell'assistenza necessaria per affrontare le proprie giornate.

Secondo gli esperti del settore questi risultati sono solo modesti e prima di assumere vitamina E per rallentare la progressione della malattie bisogna tenere ben presenti anche i possibili rischi. Uno studio precedente ha ad esempio dimostrato che l'assunzione di questa vitamina può aumentare il rischio di decesso. Tuttavia, questa nuova ricerca non ha evidenziato problemi di questo tipo.

Credo che un ritardo di 6 mesi sarebbe significativo per molti pazienti, se non per la maggior parte

ha commentato Dysken.

Ma dipende davvero dal confronto che deve essere instaurato tra il paziente e chi gli presta l'assistenza primaria.

Via | Reuters
Foto | da Flickr di theogeo

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