Biscotti come cocaina, svelato il segreto della golosità degli Oreo

Perché alcuni cibi sono irresistibili? Secondo alcuni studi i segreti stanno nel modo in cui attivano il cervello. Ecco cos'è stato scoperto a proposito dei dolcetti di Blockbuster

oreo cocaina

Per dimostrare che il cibo può essere come una droga non c'è bisogno di molti studi scientifici. A insegnarcelo è l'esperienza di tutti i giorni: riuscire a smettere di mangiare gli alimenti preferiti può richiedere una grande forza di volontà e rinunciare a quel delizioso biscotto in più può trasformarsi in un vero e proprio sacrifico. Meno scontato è il fatto che tutto ciò possa succedere perché alcuni cibi attivano le stesse aree cerebrali stimolate dall'assunzione di sostanze stupefacenti.

E' proprio qui ad entrare in gioco la scienza: diverse ricerche hanno svelato che alcuni cibi creano una vera e propria dipendenza agendo proprio in questo modo. Ultimi in ordine di tempo sono i risultati di alcuni esperimenti condotti al Connecticut College di New London, che si sono concentrati sull'effetto esercitato sul cervello dai biscotti Oreo. I loro autori hanno scoperto che questi dolcetti, resi celebri in Italia dalla loro esposizione insieme a videocassette e dvd sugli scaffali di Blockbuster, attivano nel cervello dei topi le stesse aree attivate dall'assunzione di cocaina. Come se non bastasse, gli Oreo scatenerebbero un'attivazione addirittura superiore rispetto a quella della droga.

La scienza del cibo spazzatura

Al momento nessuno può dire se dietro a questo o caso specifico ci sia un piano premeditato. Lo stesso vale per altre forme del cosiddetto junk food, quel cibo spazzatura che più che essere fonte di nutrienti è un concentrato di ingredienti che assunti in elevate quantità mettono in serio pericolo salute e benessere. Non mancano però i casi in cui l'industria alimentare si è avvalsa di studi di questo tipo per aumentare la palatabilità dei suoi prodotti e renderli irresistibili per il consumatore goloso.

Recentemente questo fenomeno è stato portato alla luce dalla pubblicazione del libro Salt, Sugar, Fat: How the Food Giants Hooked Us. Il suo autore, il giornalista del New York Times Michael Moss, ha dedicato 3 anni al suo studio, scoprendo che gli specialisti del settore si basano su studi che analizzano l'effetto di sale, zuccheri e grassi sulle aree del cervello responsabili della sensazione di piacere derivante dal loro consumo.

Le affermazioni di Moss non sono pure congetture. Il giornalista ha scoperto questo modo di procedere parlandone direttamente con dirigenti e scienziati di diverse multinazionali del settore alimentare, conoscenze che gli hanno permesso di sperimentare quanto questo approccio sia efficace. Moss ha infatti convinto alcune aziende a produrre appositamente per lui cibi privati degli ingredienti sotto accusa. Dopo averli assaggiati il giornalista non è potuto che giungere ad una conclusione:

Togli dai cibi processati più di un poco di sale, o zucchero, o grasso e non rimane nient'altro. O, ancora peggio, quello che rimane sono le inesorabili conseguenze del processamento del cibo; gusti repellenti che sono amari, metallici e caustici.


Come uscire dal tunnel



Tutto ciò non significa necessariamente che l'industria alimentare faccia qualcosa di sbagliato: a nessuno piacerebbe provare quotidianamente le sensazioni descritte da Moss. Vero è che, in ogni caso, se non si vuole compromettere il proprio stato di salute bisogna cercare di resistere al piacere scatenato da biscotti, merendine e quant'altro.

Il miglior rimedio resta sempre lo stesso: preferire cibi salutari, come frutta e verdura, che se consumati in abbondanza fanno tutt'altro che male. E ricordare che se non si vuole ingrassare all'assunzione di alimenti molto calorici deve necessariamente corrispondere tanta sana attività fisica.

Fonte | CTV

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