Solari e SPF: che confusione tutti questi numeri!

scottatura Siete già state in profumeria in cerca del latte o della crema solare per le prime esposizioni ai raggi del sole? Se come me l'avete fatto, avrete certamente avuto più di qualche dubbio sul fattore di protezione più adatto alla vostra pelle.

Accade perché le più grandi aziende produttrici di creme e lozioni solari stanno combattendo la guerra delle quote di mercato a suon di SPF, ovvero si fa a gara a chi offre il solare che protegge di più: SPF 70+, 85 e addirittura 100+. Ma cosa vogliono dire questi numeri? La maggior parte dei dermatologi sostiene che non significano un bel niente e che è una sorta di gioco dei numeri che crea soltanto confusione in noi consumatori che alla fine scegliamo un po' a caso spesso sbagliando.

Cerchiamo allora di capire qualcosa in più. Intanto, SPF sta per Sun Protection Factor, Fattore di Protezione Solare che rappresenta una misura della quantità di radiazione che può essere ricevuta dalla pelle protetta prima che compaia l’eritema. In altre parole, una persona che può stare al sole senza scottarsi per 10 minuti con un filtro solare a protezione 6 potrà stare al sole senza scottarsi per 60 minuti. Il fattore di protezione fornisce un'indicazione sull'azione filtrante del prodotto nei confronti delle radiazioni UVB, ma non nei confronti delle radiazioni UVA, per le quali non esiste ancora una metodica standardizzata.

Ma allora come orientarsi? Secondo i dermatologi americani non bisognerebbe mai scendere al di sotto dell'SPF 15 mentre è del tutto inutile andare a caccia dell'indice di protezione più alto. La differenza di protezione dai raggi UVB tra un fattore 100 e uno 50, infatti, è del tutto marginale. La protezione non è doppia come i numeri potrebbero indurci a credere perché l' SPF 100 blocca il 99% dei raggi UVB mentre l' SPF 50 ne blocca il 98%. E neppure bisogna illudersi che applicando un fattore di protezione molto alto, si può evitare di riapplicarlo dopo una o due ore di esposizione al sole come fanno molti.

Via | The New York Times
Foto | Flickr

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