Il rischio di mortalità si riduce a 105 anni

Il rischio di mortalità scende all’età di 105 anni? Ecco cosa emerge da un nuovo studio.

Anziani

Da adulti, il rischio di mortalità aumenta ogni anno in modo esponenziale. Tuttavia, un nuovo studio suggerisce che tale rischio potrebbe non riguardare le persone over 105. Il rischio di morire comincia infatti a rallentare quando raggiungiamo gli 80 anni di età, per poi giungere a un effetto plateau, superata la soglia dei 105 anni. Questa teoria è stata definita “decelerazione della mortalità in tarda vita”, e dall'età di circa 105 anni in poi, si pensa che il rischio di morte si riduca ancor di più, generando un fenomeno indicato come “plateau della mortalità”, che è stato esaminato dal nuovo studio pubblicato sulla rivista Science. Gli esperti spiegano che la teoria del plateau della mortalità è altamente controversa e dibattuta.

Coloro che non credono in questa teoria, sostengono che gli studi che utilizzano dati di migliore qualità tendono a non riscontrare tale fenomeno. Si tratta di una critica giusta, dal momento che è molto difficile trovare un numero elevato di persone di età superiore ai 105 anni che vivono in ambienti simili e che sono nate in un periodo simile. Inoltre, chi oggi ha 105 anni sarebbe nato all'inizio del 1900, quando la conservazione dei registri avrebbe potuto essere meno accurata.

Questi fattori hanno reso difficile trarre delle conclusioni definitive sul plateau della mortalità. L'ultimo studio è quello pubblicato sulla rivista Science, i cui autori hanno effettuato un'analisi approfondita su un campione di quasi 4.000 italiani over 105. Secondo gli autori, i dati erano di qualità superiore rispetto a quelli degli studi precedenti, poiché, ad esempio, tutti i centenari vivevano la maggior parte della loro vita nello stesso Paese ed erano nati a distanza di pochi anni.

Ebbene, dai dati sarebbe emerso che il costante aumento del rischio di morte inizia a rallentare proprio dopo gli 80 anni, e che raggiunge un plateau all'età di 105 anni. Questo studio non rappresenta naturalmente la fine del dibattito sull'argomento. Sarà necessario condurre ulteriori ricerche per chiarire ulteriormente la questione.

via | MedicalNewsToday
Foto da iStock

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