martedì 29 settembre 2009

Lo stress mentale riduce la voglia di fare attività fisica

pubblicato da missunderstanding in: Psicologia Muscoli Fitness e Allenamento LentaMente

stress mentale no sport

Tanto più è lo stress mentale ed emozionale a cui la nostra mente è sottoposta durante le ore di lavoro, tanto meno avremo voglia di compiere degli sforzi fisici. Ovviamente, il lavoro fisico ci aiuterebbe a scaricare stress e tensioni, ma noi potremmo avere voglia di fare qualsiasi cosa tranne un po’ di moto, soprattutto se la giornata è stata lunga e pesante.

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti alcuni ricercatori canadesi, impegnati ad indagare le caratteristiche della forza di volontà e della tendenza al movimento e allo sforzo fisico, studio pubblicato sul Journal of Psychology and Health. Il gruppo ha scoperto che la forza di volontà si comporta come un muscolo, e deve essere costantemente allenata per potersi esercitare e rafforzare.

Invece la pigrizia ha spesso la meglio, soprattutto se la mente è stata impegnata in sfozi cognitivi notevoli. Come fare? Secondo i ricercatori, ascoltare un po’ di musica alla fine della sessione stressante per la mente, aiuta a ritrovare la forza di volontà e ad andare in palestra, così come prevedere una sessione di allenamento fisico post ufficio insieme ai colleghi.

Foto | Flickr

sabato 13 dicembre 2008

Meditazioni sulle Verità della Scienza nell’era dei consumi - Ridere fa bene, piangere... pure!

pubblicato da maurizio brasini in: LentaMente

Pare che la scienza abbia scoperto le emozioni. Pare, più nello specifico, che si sia scoperto che le emozioni fanno bene.

Questo è quanto si ricava ad esempio da oltre un decennio di ricerche che riportano in modo sempre più dettagliato tutti gli effetti benefici della risata. Non finiscono di stupirci i dati che rilevano positive variazioni indotte dalle risate su una serie di parametri fisiologici quali la pressione e l’ossigenazione del sangue, la biochimica e il bilancio neuro-endocrino, la risposta immunitaria, il tono muscolare, e via dicendo. Così, in barba a quel retaggio razionalista e un po’ bacchettone che deprecava il riso come una prerogativa degli stolti, la risata è assurta allo status di medicina naturale. Ne è conseguita un’ampia diffusione di tecniche di risata-terapia (gelotologia), di centri specializzati in riso-yoga, e iniziative similari.

Ora, una volta assodato che ridere fa bene, ci si può aspettare che, di converso, piangere faccia male alla salute, come dire: se il riso fa buon sangue, il pianto farà il sangue amaro. E invece no: piangere, sempre secondo recenti ricerche, fa altrettanto bene. Innanzitutto, si è dimostrato scientificamente che dopo aver pianto ci si sente meglio. A seguire, sta iniziando la raccolta delle prove di un influsso benefico del pianto sui parametri fisiolgici di cui sopra; tempo qualche anno e l’elenco sarà completo di endorfine, millimetri di mercurio, millimoli di ossigeno, gammaglobuline etc. Ad ogni buon conto, i ricercatori gi� ipotizzano l’opportunità di istituire delle tecniche per stimolare il pianto.

Chi pensa che il business della pianto-terapia sia meno promettente di quello della riso-terapia, faccia caso alle trasmissioni televisive: quelle basate sulle lacrime sono altrettanto diffuse di quelle che fanno ridere.

Continua a leggere: Meditazioni sulle Verità della Scienza nell’era dei consumi - Ridere fa bene, piangere... pure!

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ

martedì 09 dicembre 2008

Meditazioni sulle Verità della Scienza nell'era dei consumi - il tradimento

pubblicato da maurizio brasini in: LentaMente

Una premessa. Si sente spesso dire che le cifre parlano da sole. Non è vero, e men che meno in statistica. I dati statistici non hanno alcun significato di per sé. Sono le ipotesi che danno senso ai numeri delle statistiche. Sulla base delle ipotesi si decide quali informazioni raccogliere e in che modo. E sempre in base all’ipotesi si sceglie come “leggere” (cioè interpretare) i numeri. Le cose intorno a noi non hanno un significato di per sé: siamo noi che diamo senso alla realtà.

Sulla base di questa premessa, il mio primo sintetico commento ai dati presentati nell’articolo sulle scappatelle è che non hanno senso. Innanzitutto, perchè non si capisce chi ha raccolto questi numeri, su quale campione, in che modo, etc. etc. Per cui i dati non sono “leggibili”.

Ma, cosa più grave, se non ci si lascia ingannare dal trucco ipnotico dei numeri che parlano da soli, si coglie l’intenzione di proporre un’idea preconfezionata appoggiandosi su qualche numero messo lì ad arte. L’idea preconfezionata è quella generica di una dissoluzione della morale: o tempora o mores. Nient’altro che il caposaldo universale del pensiero conservatore, presente in ogni epoca e in ogni parte del mondo. Nello specifico, il concetto è applicato alla fedeltà coniugale, e l’idea è che questo importate valore al giorno d’oggi si sia andato dissolvendo. Ipotesi legittima, per quanto un po’ generica, ma che comunque dovrebbe essere il punto di partenza per un procedimento che, attraverso la raccolta dei dati, possa portare a una ragionevole conferma o a una smentita della stessa. Qui invece le ipotesi sembra che vengano dopo, sotto forma di spiegazioni possibili per un dato di fatto considerato assodato: il tradimento è stato sdoganato. Siamo un popolo di infedeli senza più il senso di colpa, che utilizza il tradimento come un antistress e/o un antidepressivo. Che poi, se fosse vero, verrebbe da chiedersi: e non è una buona notizia?

Ma è davvero così? E soprattutto, i dati presentati lo dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio? Se ci concentriamo sui dati, ci accorgiamo che sono ben poche le prove che l’articolo ci fornisce.

Continua a leggere: Meditazioni sulle Verità della Scienza nell'era dei consumi - il tradimento

Network Blogo