
L’Edera terrestre (Glechoma hederacea L.) era conosciuta e apprezzata da Galeno di Pergamo (antico medico greco ellenistico, i cui punti di vista hanno dominato la medicina europea per più di mille anni) che la utilizzava per lenire le infiammazioni oculari. I ricercatori dell’ottocento attestarono invece le proprietà espettoranti e diuretiche. Nel 1500 questa pianta veniva usata contro la pazzia. Oggi, l’edera terrestre fa parte della composizione del famoso “Thé svizzero” indicato per ogni trauma.
L’edera terrestre svolge un’azione astringente, tossifuga, leggermente diuretica e cicatrizzante.
In impacco può essere utilizzata per lenire lievi ustioni e infiammazioni della pelle. L’infuso viene invece impiegato per alleviare le tossi catarrali, mentre i suffumigi possono alleviare il mal di testa.
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Il Tiglio (Tilia platyphyllos o Tilia cordata) era un albero sacro per le antiche civiltà germaniche. E’ pianta molto longeva e per questo, come la quercia, oggetto di numerose leggende. Come l’olmo, può raggiungere i mille anni di età.
Gli effetti benefici del figlio derivano dai principi attivi delle sue infiorescenze e dall’alburno (parte legnosa più giovane del tronco). I fiori e le foglie producono modesti effetti sul sistema nervoso. L’alburno, invece, è la più ricca di tannini che stimolano la secrezione biliare ed esercitano effetti antispasmodici. Tra gli effetti farmacologici riconosciuti, sia pur modesti, si annoverano proprietà sedative, diuretiche, diaforetiche (incrementa la sudorazione abbassando la febbre) e vasodilatatrici.
L’infuso o il decotto di fiori sono consigliati per insonnia, irrequietezza, nervosismo, oltre che a malattie da raffreddamento con febbre, reumatismi, crampi di stomaco e spasmi intestinali. In appropriate dosi questi preparati possono essere utilizzati anche per i bambini. Il decotto di alburno ha interessanti attività col eretiche (che stimola il fegato a produrre bile), antireumatiche ed antiartritiche.
Fresca e poetica, la Primula odorosa (Primula veris) è il simbolo per eccellenza della primavera e del rinnovamento. Dietro il suo aspetto innocente e tenero nasconde magici segreti officinali che ne fanno una vera e propria pianta elisir, capace in men che non si dica di trasformarsi in infuso, impiastro o colorato alimento da mettere in tavola.
Il nome dice già tutto: deriva dal latino “primis” (primo) e indica la comparsa precoce dei fiori appena finito l’inverno. Una cosa è certa: nel momento in cui la si vede spuntare, il grande freddo è già passato, e se non è ancora così lo sarà presto.
Tra le virtù della primula si possono annoverare le azioni espettorante e fluidificante, tant’è che in passato veniva usata per contro i calcoli e il catarro bronchiale; risulta quindi utile nei catarri delle vie aeree superiori causati da bronchiti, polmoniti e pertosse.
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I Crociati lo portavano addosso come simbolo di forza e di coraggio. I Romani bruciavano la pianta credendo che i fumi avrebbero tenuto lontano gli scorpioni. Plinio lo raccomandava come un antidoto per le morsicature e il mal di testa. A questo proposito scrisse: “Per il mal di testa un decotto preparato in aceto viene applicato sulle tempie“. Il timo assieme a lavanda, rosmarino e salvia faceva parte del famoso “Aceto dei quattro ladroni”, panacea universale usata soprattutto durante le pestilenze.
Le proprietà medicinali del Timo (Thymus vulgaris L.) coltivato e di quello selvatico sono molto simili e sono utilizzati in erboristeria per le proprietà antisettiche. Questa pianta assume anche i nomi comuni di “Erba salterella”, “piperella”, “sermollino selvatico”, “amorino”, “salaredda”, “peperna”, “sarapodda”, “tummineddu”, “arrigamu”.
Il timo è spasmolitico delle vie respiratorie, espettorante antisettico, fluidificante delle secrezioni bronchiali, antibatterico, coleretico, carminativo, e tonico. L’olio essenziale ha una potente azione antibatterica e antifungina ed è un ottimo stimolante del sistema immunitario. Ma attenzione, il timolo (principio attivo dell’olio) è controindicato nelle enterocoloiti, insufficienza cardiaca ed in gravidanza.

La tradizione popolare consiglia di dormire su un guanciale imbottito di coni di luppolo se si soffre d’insonnia. Anche gli indiani d’America utilizzavano il luppolo come sedativo. Recenti studi farmacologici hanno dimostrato l’efficacia di alcuni flavonoidi del luppolo su alcune linee cellulari di tumori umani.
Il Luppolo (Humulus lupulus L.) ha effetti benefici su ipereccitabilità nervosa e sessuale maschile, insonnia, angoscia; nevralgie, inappetenza; dismenorrea, menopausa e suoi disturbi per il suo contenuto in fitoestrogeni.
Questa pianta possiede fiori maschili di colore bianco verdognolo che sono riuniti in pannocchie ascellari, e fiori femminili che invece sono raggruppati in piccole spighe dette coni; proprio le infiorescenze femminili, se a contatto con la pelle quando sono fresche, possono provocare irritazioni.
Il suo nome deriva da Gentius, re dell’Illiria dal 180 al 167 a.C. Secondo Dioscoride, fu colui che introdusse la pianta nella medicina, apprezzata ed utilizzata nella preparazione di sostanze curative e soprattutto di tonici. In passato in tutta Europa era molto utilizzata come febbrifugo prima della introduzione del chinino. Nei rimedi popolari la genziana veniva usata per combattere la febbre del cane.
La radice di Gentiana Lutea produce uno degli amari tonici più forti di origine vegetale.
Di essa si utilizza la radice essiccata che ha un caratteristico sapore amarognolo conferitole da alcune sostanze amare in essa contenute, in particolare dalla genziopicrina. Ha proprietà stomachiche, tonico-stimolanti, vermifughe ed antifermentetive. La radice di genziana presa prima dei pasti, in macerazione di acqua o vino, ha funzione tonico-aperitiva, presa dopo i pasti facilita la digestione, combatte la costipazione e la diarrea; inoltre stimola la produzione di leucociti utili per combattere le astenie e le convalescenze da malattie.
Originaria del Tibet, viene coltivata in Cina e in Europa come pianta medicinale. Il Rabarbaro (Rheum officinale Baillon), conosciuto anche con il nome comune di “rabarbaro cinese”, è una droga molto interessante poiché non presenta solo proprietà lassativo-stimolanti, ma anche aperitive e digestive.
Tra le sue altre virtù esplica attività antinfiammatoria, antimicrobica, antitumorale e ipotensiva.
In piccole dosi il rabarbaro risulta infatti astringente, mentre una volta superato un certo dosaggio diviene un catartico. E’ indicato per: colite cronica, diarrea cronica, dispepsia con flatulenza e malassorbimento.
Come la maggior parte delle piante anch’esso è reperibile sia in farmacia che in erboristeria ed anche in questo caso è valida la regola dell’assunzione controllata: in gravidanza, allattamento, in caso di emorroidi o calcoli, l’assunzione del rabarbaro è controindicata a causa della sua azione irritante sulle mucose.
Conosciuto sin dai tempi antichi, il suo utilizzo era collegato alla notte di San Giovanni (24 Giugno), detta anche notte delle streghe e coincidente col solstizio d’estate. Da qui l’impiego dell’Iperico (Hypericum perforatum L.), conosciuto appunto anche con i nomi comuni di “erba di San Giovanni”, “caccia diavoli”, “pilatro”, “mille buchi”, “perforata” e “pirico”, per allontanare streghe e diavoli appendendolo nelle case o utilizzandolo per fumigazioni.
Le proprietà medicinali della pianta sono numerose:
È detta “coda cavallina” per la caratteristica forma del fusto sterile che ricorda la coda del cavallo. Infatti comunemente è conosciuta anche con i nomi di “Sbantz-bonrouch”, “erba rugna”, “rasparella”, “codabussina”, “coa ad caval” e “cucitolo”.
L’Equiseto (Equisetum arventis L.) ha proprietà diuretiche, remineralizzanti ed emostatiche. Trova impiego nella demineralizzazione ossea (rachitismo, osteoporosi, fratture); è utile nella diuresi forzata in caso di affezioni batteriche e flogistiche delle vie urinarie e contro la formazione di renella. La pianta fresca viene usata per le emorragie (epistassi). In erboristeria è infatti consigliato per depurarsi in profondità ma anche per recuperare energia.
L’elevato contenuto di sali minerali come il silicio e la presenza di sali solforici la rendeno utile per la difesa delle piante da malattie fungine.
Usata come oftalmico per infiammazioni agli occhi con annessa produzione di muco, l’Eufrasia (Euphrasia officinalis L.) è da sempre rimedio popolare in casi di allergia, tosse, cancro, dolore all’orecchio, mal di testa, raucedine, infiammazioni, ittero, rinite e gola infiammata. In Europa era anche utilizzata come stomachico e contro le malattie della pelle.
Conosciuta fin dall’antichità, la pianta si fa apprezzare soprattutto per le capacità di calmare le irritazioni agli occhi e per la sua gentile azione astringente oftalmica, quindi per le sue proprietà antinfiammatorie, astringenti e anticatarrali.
Usata in infuso esterno come lavaggio degli occhi particolarmente utile in caso di congiuntivite.