
A meno di non avere tutti e cinque i sensi disattivati, vi sarete accorti, amici ed amiche di Benessereblog che, come ogni anno nei mesi pre-estivi, è iniziato il martellamento della prova costume. Dalle copertine delle riviste, in tv, dai cartelloni pubblicitari in mezzo al traffico, ci dobbiamo sorbire quest’ansia e questo countdown, con in testa l’immagine di modelle taglia 38 che fanno finta di essere a dieta e di aver perso 10 chili in 10 giorni e sono finalmente pronte a presentarsi davanti alla commissione: stanno tutti lì in spiaggia con le palette alzate ad aspettarle.
La dottoressa Martina M. Cartwright, dietista americana, docente al Department of Nutritional Sciences della University of Arizona, ci dà alcuni consigli per superare più che la prova costume, l’ansia da prova costume. Parte spiegandoci, dall’alto della sua decennale esperienza, che i complessi sulla forma fisica non sono solo un cruccio delle persone in sovrappeso. Persino gli atleti e le persone magrissime si fanno condizionare da modelli irraggiungibili. Questo perché l’immagine della bellezza e del nostro corpo che abbiamo in mente è veicolata dallo sguardo degli altri. E gli altri in questo periodo sono proprio le immagini di corpi perfetti che ci squadrano con occhio ipercritico dalle riviste.
La Cartwright ci invita piuttosto a guardarci con i nostri di occhi, trovando la nostra personale visione di bellezza, una bellezza reale, meno stereotipata e perfetta dei modelli che ci propinano. Finché non la troveremo, spiega la dietista, niente potrà renderci felici e soddisfatti del nostro corpo, nemmeno la magrezza, perché saremo sempre vulnerabili alle critiche altrui ed ai canoni mediatici. In questo periodo ci si sottopone spesso a diete drastiche, digiuni o sessioni di allenamento troppo intense che rendono stressanti e deprimenti i preparativi per le vacanze.
Continua a leggere: Come superare la prova costume aumentando di una taglia il cervello

Torniamo ad occuparci di psiche e ovulazione, amici di Benessereblog, e stavolta non per parlarvi di serpenti ma di uomini. Non bravi ragazzi, affidabili e gentili, ma uomini sfuggenti e misteriosi.
Perché a volte siamo più attratte dal bel tenebroso irraggiungibile? Ad alcune capita durante l’adolescenza di prendere una cotta per i cattivi ragazzi, anche poco raccomandabili se vogliamo, altre proseguono per tutta la vita ad inseguire l’uomo tanto bello quanto impossibile. Il fascino del dannato potrebbe dipendere dalla voglia inconscia del nostro cervello di accaparrarsi quello che non può ottenere facilmente. Ne parlavamo tempo fa, a proposito della psicologia dell’attrazione: tendiamo a trovare più affascinante chi ci sfugge perché la nostra mente attribuisce più valore a quello che non può avere.
Ma dietro potrebbe esserci anche un’altra ragione, stavolta fisiologica: gli ormoni dell’ovulazione. Lo rivela un recente studio condotto dai ricercatori della University of Texas di San Antonio, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology.
Nella settimana dell’ovulazione le donne sono più attratte dagli uomini sexy, belli e ribelli e non solo per un’avventura: li indicano come potenziali padri, e per di più devoti, responsabili ed amorevoli, dei propri figli, quando tutti gli indizi sul loro comportamento inaffidabile dovrebbero piuttosto suggerire di stare alla larga da questo genere di partner se si vuole metter su famiglia. Ecco perché spesso ci si ostina ad inseguirli in cerca di una relazione stabile, anche quando i diretti interessati non mandano affatto segnali che indichino un desiderio di una compagna e di una storia importante.
Foto | Flickr

Vi siete mai chiesti perché a volte le persone più avanti con gli anni e con un fisico non proprio da Iron Man, riescano a portare a termine imprese massacranti? Di sicuro se l’è chiesto Pietro Trabucchi, docente all’Università di Verona, psicologo e sportivo. Trabucchi ha seguito la squadra azzurra di sci di fondo fino alle Olimpiadi di Torino 2006. Tra le sue imprese figura la scalata dell’Everest.
Nei giorni scorsi, nell’ambito del Rimini Wellness, Pietro Trabucchi ha esposto il concetto di resilienza, spiegando come la mente sia in grado di sostenere, con la sola motivazione, sforzi fisici immani altrimenti insostenibili con le sole risorse fisiche.
Trabucchi, autore non a caso di Perseverare è umano, sostiene che la resilienza, ovvero la nostra capacità di resistere alle avversità, sia la chiave per superare se stessi e vincere ogni sfida, atletica e non.
Continua a leggere: Allenare la mente per aumentare la resistenza fisica

Emozioni, memoria, sapori ed odori sono strettamente correlati. I nostri primi ricordi sono spesso associati ad un odore particolare. Non a caso le emozioni che abbiamo vissuto nei primi anni di vita si ripresentano, anche a distanza di anni, evocate da una fraganza o da un sapore particolare. Proust e la madeleine della zia Léonie insegnano.
Non tutti gli odori ed i sapori richiamano però alla mente emozioni e sensazioni del nostro passato. Solitamente accade con odori percepiti prima dei cinque anni di età e con fragranze insolite, che non sono comuni nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, l’odore di barbecue tipico di un campeggio, un profumo raro, un cibo assaggiato per la prima volta molti anni prima e da allora mai più assaporato…
Ma cosa si nasconde dietro a queste associazioni ricordi/odori? Se ne parla in un recente articolo pubblicato su Psychological Science: il nostro bulbo olfattivo è collegato sia all’amigdala (centro delle emozioni) sia all’ippocampo, area del cervello coinvolta nella memoria.
Continua a leggere: Memoria e odori, il cervello ricorda il profumo delle emozioni

Capita di avere ancora fame persino dopo un pasto abbondante. Per capire da cosa può dipendere dobbiamo partire dai processi che regolano il senso di sazietà. I messaggi tra lo stomaco ed il cervello purtroppo non sono istantanei come un sms. Lo stomaco ha bisogno di 10-45 minuti per liberare l’ormone colecistochinina, che segnala al cervello che siamo sazi. Come potete notare tra 10 e 45 minuti c’è una bella differenza. Per alcuni di noi il senso di sazietà arriva prima, per altri occorre più tempo. Ecco perché è fondamentale capire i nostri ritmi e mangiare lentamente per evitare di sentirci affamati appena dopo pranzo.
Un altro fattore determinante per il senso di sazietà è legato alla soddisfazione del pasto. A livello mentale, più gustiamo ed assaporiamo un cibo, più ci sentiamo gratificati e sazi. Ecco perché i comfort foods ci fanno sentire bene già dopo pochi morsi: stimolano i sensi, olfatto, gusto e vista, e ci fanno ottenere quella ricompensa tanto agognata dal cervello. Non possiamo consumare cibi spazzatura, perché non sono sani e ci fanno ingrassare. Quello che possiamo fare, però, è cercare di aggiungere sapore ai nostri cibi, riassaporando il piacere di mangiare, di preparare pietanze sane e gustose, usando le spezie e variando il menu. Piatti bianchi e tristi, per intenderci, non ci faranno certo sentire sazi più in fretta. Qui trovate alcuni consigli per mangiare sano con gusto.
Per sentirci sazi più in fretta, possiamo anche optare per cibi a bassa densità calorica, come le verdure, che riempiono letteralmente lo stomaco facendoci sentire pieni, senza però apportare troppe calorie. In alcuni casi non ci sente sazi, malgrado si mangi lentamente, a causa della resistenza dell’organismo alla leptina, un ormone che regola il senso di sazietà e che influisce sui processi digestivi. In questo caso è bene consultare il medico.
Via | Live Strong
Foto | Flickr

Se siete alla ricerca dell’anima gemella o avete già individuato un potenziale partner, conoscere alcuni dei meccanismi cerebrali che si nascondono dietro al complesso fenomeno dell’attrazione potrebbe facilitarvi la conquista. Oggi vi sveliamo alcune carte giuste da giocare:
Foto | Flickr

I benefici di un’alimentazione ricca di flavonoidi sembrano non conoscere fine: secondo una ricerca pubblicata sugli Annals of Neurology, questi antiossidanti, in particolare quelli presenti nelle fragole e nei mirtilli, proteggono le capacità cognitive dal declino tipico dell’invecchiamento.
A svelare questa nuova proprietà di questi frutti sono stati dei ricercatori statunitensi che, dal 1995 al 2001, hanno valutato ogni due anni le funzioni mentali di un gruppo di donne di età superiore ai 70 anni che a partire dal 1976 avevano compilato regolarmente dei questionari sulle proprie abitudini alimentari. Ne è emerso che in chi mangiava le maggiori quantità di frutti rossi il declino delle capacità cognitive era posticipato anche di 2 anni e mezzo.
Elizabeth Devore, autrice principale della ricerca, ha commentato l’importanza della scoperta sottolineando che
aumentare il consumo di frutti rossi è una modifica alimentare piuttosto semplice per verificare la protezione delle capacità cognitive nella terza età.
Secondo la ricercatrice, i risultati della ricerca sono ancora più interessanti alla luce del fatto che la popolazione anziana è sempre più numerosa.
Fragole e mirtilli non sono gli unici alimenti ricchi di flavonoidi. Per farne il pieno è possibile introdurre nella propria dieta anche maggiori quantità di mele, di agrumi e di alcune verdure. Non solo, una dieta ricca di diverse varietà di frutta e verdura è uno degli approcci migliori per mantenersi in salute.
Da parte loro, i flavonoidi giocano già un ruolo importante, proteggendo non solo il cervello, ma riducendo anche il rischio di malattie cardiache, diabete e cancro. E dato che siamo in stagione di fragole, potremmo partire proprio da queste primizie per prenderci cura del nostro organismo.
Via | ABC Science
Foto | Flickr

Un cervello sano, reattivo ed in forma: si può fare adottando uno stile di vita stimolante, un’alimentazione sana e curando sia la forma fisica che quella mentale, ne parlavamo qui, riportandovi i consigli del dottor Wesson Ashford, senior editor del Journal of Alzheimer’s Disease, ideatore del MemTrax, un noto test di screening per la memoria.
Torniamo a parlare di invecchiamento cerebrale perché un recente studio, pubblicato sulla rivista Trends in Cognitive Sciences, ha scoperto che a contare per un cervello giovane non è solo quello che abbiamo fatto nel corso della nostra vita adulta: dallo studio al lavoro all’attività fisica alla vita sociale più o meno attiva.
Secondo i ricercatori ci sono infatti speranze per un lifting al cervello (migliorare la memoria, restare lucidi) anche per chi interviene dopo i 60 anni, età in cui il declino cognitivo inizia a farsi sentire con più aggressività. A contare infatti, non è tanto quanto fatto prima (anche se incide) né tantomeno l’invecchiamento cerebrale è del tutto inevitabile, legato ai cambiamenti generati dal tempo che passa inesorabile.
Continua a leggere: Non si è mai troppo vecchi per un cervello giovane

Uno studio dell’Università di Cambridge ha scoperto che i consumatori abituali di cocaina ed altre droghe ad essa similari portano ad un elevato rischio di distruggere la materia grigia del cervello di chi le consuma, accelerando i processi di invecchiamento cerebrale. Studi precedenti avevano già scoperto come la cocaina mettesse a repentaglio sia le nostre cellule nervose che quelle cardiache.
Adesso, questi rischi sono stati messi a confronto con l’invecchiamento precoce del cervello; man mano che si invecchia, la nostra materia grigia perde colpi, seguendo un percorso che è, però, comunque naturale e graduale. Chi utilizza in maniera cronica la cocaina, invece, subisce un’accelerazione incondizionata di questo processo.
Per lo studio, sono state osservate circa 120 persone, con della stessa età, genere e quoziente intellettivo. Metà del gruppo aveva una forte dipendenza dalla cocaina; l’altra metà no. Durante le osservazioni del primo gruppo, si è visto che la perdita di materia grigia corrispondeva a circa 3,8 ml di volume per ogni anno, che corrispondeva a circa 2 volte la perdita in un soggetto sano.

La vitamina C, nutriente essenziale già noto per le sue benefiche azioni nei confronti del sistema immunitario, della pelle, dei muscoli e delle ossa, svolge anche un’altra importante funzione: ridurre la pressione sanguigna. Secondo i ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora, basta assumerne ogni giorno la quantità contenuta in 6 bicchieri di succo d’arancia per contratsare l’ipertensione.
Per giungere a questa conclusione gli scienziati hanno confrontato i risultati ottenuti in 29 diversi studi. L’analisi definitiva, pubblicata sulle pagine dell’American Journal of Clinical Nutrition, ha svelato che una dose di 500 mig di vitamina C al giorno (pari a circa 5 volte l’assunzione giornaliera raccomandata) riesce a ridurre di 3,84 punti la cosiddetta pressione massima. Non solo, in chi soffre di ipertensione la pressione minima si alza di circa 5 punti. Un risultato significativo se si tiene conto che è sufficiente una riduzione di 3 punti della massima per diminuire la probabilità di ictus.
L’effetto, spiegano i ricercatori, potrebbe essere associato all’azione diuretica di questa vitamina, che permette ai reni di eliminare più sodio e di acqua. Questo fenomeno aiuta le pareti dei vasi sanguigni a distendersi, con conseguente riduzione della pressione arteriosa.
L’assunzione di vitamina C rappresenta, quindi, una possibile alternativa naturale ai farmaci contro la pressione alta. Meglio, però, assumerla arricchendo la dieta di frutta e verdura che ne contengono elevate quantità piuttosto che assumere degli integratori. Edgar Miller, coordinatore dello studio, ha infatti precisato:
la nostra ricerca suggerisce un effetto di riduzione della pressione arteriosa in seguito all’assunzione di vitamina C, ma prima di poter raccomandare degli integratori per il trattamento dell’ipertensione sono necessarie altre ricerche.
Se questi risultati dovessero essere confermati frutta e verdura abbondanti di vitamina C potrebbe diventare uno strumento complementare all’esercizio fisico, alla perdita di peso e ai cambiamenti del regime alimentare (come, ad esempio, la riduzione del consumo di sale) per contrastare l’ipertensione.
Via | The American Journal of Clinical Nutrition
Foto | Flickr